Le origini della Russia: la Rus’ di Kiev e la sua storia

Киевская Русь [Kievskaja Rus’], la Rus’ di Kiev

Secondo la teoria più accreditata, il termine rus’, con cui le popolazioni slave e finniche indicavano alcune stirpi di variaghi (o vichinghi) dovrebbe derivare dalla radice in antico norreno roðs o roths usata in ambito nautico con il significato di “gli uomini che remano”, in quanto remare era il principale modo di navigare i fiumi dell’Europa orientale e poteva essere legato all’area costiera svedese di Roslagen o Roden, come era noto nei tempi antichi. Il nome Rus’ avrebbe allora la stessa origine dei nomi usati nelle lingue finlandese ed estone per indicare gli Svedesi, Ruotsi e Rootsi. In seguito la parola Rus’ passò ad indicare non solamente più l’aristocrazia scandinava dell’Europa dell’Est ma tutte le popolazioni che risiedevano nei domini di questa.

Il termine venne introdotto durante l’Alto Medioevo per indicare proprio le popolazioni scandinave che vivevano nelle regioni che attualmente fanno parte di Ucraina, Bielorussia e Russia occidentale. Oggi il territorio storico della Rus’ di Kiev è formato dalla Bielorussia, gran parte dei territori dell’Ucraina, parte dei territori della Russia occidentale, di una piccola parte dell’est della Slovacchia e di una piccola striscia di terra dell’est della Polonia.

La Rus’, il più antico stato degli slavi orientali, con al centro la città di Kiev, apparve per la prima volta tra il IX e il X secolo. Il suo territorio si estendeva dal Mar Baltico al Mar Nero, dal fiume Dnepr al Volga, attraverso la pianura esteuropea. Immerso nelle foreste al confine nordorientale di quella che in seguito sarebbe divenuta l’Europa, il nuovo stato era indissolubilmente legato alla steppa che si apriva verso l’Asia. La pianura esteuropea fa parte di un vasto bassopiano che dai monti Carpazi in Romania si estende oltre la bassa catena degli Urali, attraversa la Siberia occidentale e finisce con l’altipiano della Siberia centrale al di là del fiume Enisej: si tratta di un’immensa distesa, interrotta da pochissimi rilievi, che unisce l’Asia all’Europa. Queste terre sono state chiamate in vari modi, ma in un recente studio David Christian ha dato loro il nome di Eurasia interna: una regione storica a tutti gli effetti, paragonabile alla nostra Europa, o all’India o all’Africa.

La storia più antica di questa regione è fatta di spostamenti e invasioni, del susseguirsi di regni fondati da vari popoli guerrieri: la Rus’ fu solo uno dei tanti nati e caduti nell’Eurasia interna. Nel XIII secolo lo stato della Rus’ infatti, fu sottomesso dall’ultimo e più grande popolo delle nomade delle steppe: i mongoli di Gengis Khan.

Le prime testimonianze scritte sugli slavi li descrivono come guerrieri che nel VI secolo d.C oltrepassarono i Carpazi e si spinsero ad est fino alla Grecia e all’Asia minore. Nel 626 d.C un loro esercito, alleato con gli avari dell’Asia centrale, assediò Costantinopoli. Nel VIII secolo, nell’odierna Europa centrale, trovarono un equilibrio con le vicine tribù germaniche a ovest, formando una solida frontiera slavo-germanica lungo l’Elba e il Saale, e in Boemia.

La Rus’, il primo stato organizzato degli slavi orientali, sorse alla periferia nordorientale della futura terra del Cristianesimo, in seguito Europa, e fu una delle formazioni territoriali che tra IX e il X secolo entrarono a far parte della comunità cristiana.

Secondo li storici russi di scuola eurasiatica fu questa posizione a rendere la cultura russa diversa da quella dei vicini europei: la Russia infatti, è divenuta parte dell’Europa e della sua civiltà a tutti gli effetti soltanto nel secondo millennio d.C. la posizione della Russia nella pianura eurasiatica spiega, inoltre, le enormi dimensioni del paese: la Russia continuò a espandersi fino al XX secolo. Anche dopo il 1991, con la disgregazione dell’Unione Sovietica, la Federazione Russa, Siberia inclusa, continuò ad occupare territorio maggiore di qualsiasi altra nazione: all’incirca 17.075.000 km”. La densità di popolazione media è invece sempre stata bassa rispetto al resto d’Europa e al Nordamerica.

Le terre della Rus’ erano sulla rotta di alcune delle maggiori vie commerciali dell’epoca; il Volga apriva ai mercati del Nordeuropa la via di Baghdad, dell’Arabia e della Cina; Novgorod, una delle città più antiche della Rus’, si arricchì facendo da ponte tra il commercio nordeuropeo e i mercati asiatici. Il contributo russo a questi scambi consisteva principalmente in prodotti della foresta, pellicce, selvaggina, miele, cera e legname, cui più tardi si aggiunsero canapa, lino sego e materiali per le navi. Con la conquista della Siberia cominciò anche l’esplorazione delle sue straordinarie risorse minerarie, ma la ricchezza del sottosuolo siberiano era difficile da sfruttare poiché, oggi come allora, complicata da raggiungere, trasformare e inviare ai centri del commercio e del consumo.

Per la sua epoca la Rus’, che fondava la propria prosperità soprattutto sui traffici a distanza, era abbastanza urbanizzata. La conquista mongola, però, interruppe molte relazioni commerciali e nella Russia moscovita si sviluppò un’economia più chiusa e su base agricola, in cui le città rappresentavano soprattutto centri amministrativi e capisaldi militari.

La nascita della Rus’ di Kiev è rimasto un evento oscuro. Si sa che nel IX secolo le tribù slave della regione erano capeggiate dai membri di una popolazione chiamate rhos o rus’, ma l’origine e l’identità di questi rus’ e il processo storico di cui divennero i capi di una nuova struttura politica centrata su Novgorod e Kiev non sono chiari.

Scritta in diverse fasi tra l’XI e il XII secolo da monaci di Kiev per glorificare la dinastia regnante, la Cornaca degli anni passati ( in russo: Повесть временных лет [Póvest’ vremenných ljet]) è un documento complesso e di difficile interpretazione ma inestimabile poiché si occupa di un periodo storico su cui esistono solo poche fonti. Scritto da Nestor di Pečerska nel primo quarto del XII secolo e riferito agli eventi fra l’850 e il 1100, ha sollevato, tuttavia decise obiezioni ai racconti degli avvenimenti come descritti, ciononostante rimane il più importante documento sulla storia ella RUs’ di Kiev. Negli anni 859-862 infatti, il Cronista annota che le locali tribù slave e finniche, che in precedenza si erano opposte alle richieste di tributi da parte dei rus’, essendo ormai giunte ai ferri corti tra loro, decisero di assoggettarsi volontariamente a quegli stranieri purché facessero da giudici e sovrani. Un racconto che racchiude il classico mito di fondazione, paragonabile alla storia della nascita di Roma ad opera di Romolo e Remo, e che stata proprio una delle critiche più forti che ha ricevuto.

Altre fonti e alcuni reperti archeologici dimostrano che i guerrieri e i mercanti chiamati rhos o rus’ si erano a quel tempo stabiliti nell’Europa nordoccidentale; si è cercato inoltre di identificare il personaggio reale da cui sarebbe nata la figura leggendaria del capo Rjurik, dando il nome alla dinastia russa kieviana e moscovita. I rus’ erano di origine scandinava e giunsero nella regione per commerciare e razziare, attratti dall’argento proveniente dai mercati del mondo arabo. Dall’VIII secolo in poi i norreni scandinavi iniziarono una fase di espansione che li condusse per il mondo a trafficare, razziare ed esplorare. Nell’arco di circa due secoli raggiunsero e colonizzarono il Nordamerica, l’Islanda e la Groenlandia, le isole britanniche, la Spagna, la Sicilia e l’Armenia. Si spinsero poi a est in cerca delle merci asiatiche che trovavano nei mercati dei bulgari del Volga e del khanato dei chazari. Sono rimaste loro tracce anche nei paesi slavi: a quanto risulta, durante il IX secolo questi mercanti armati strinsero con le popolazioni slave e finniche contatti più stretti e in cambio di tributi offrirono protezione dagli attacchi dei nomadi e dei vichinghi rivali, divenendo successivamente principi e governando con il loro seguito su quelle società tribali. Accettando l’invito degli slavi, il Rjurik si stabilì nella città di Novgorod, mentre i suoi fratelli divennero signori nelle città vicine. Quando morì arrivò la reggenza di Oleg, figlio minore di Igor, che intorno al 880 si stabilì a Kiev. Quando Igor fu ucciso da tributari ribelli nel 945 il potere passo nelle mani della vedova Ol’ga (Helga), fino all’ascesa al trono nel 962 del figlio Svjatoslav, il primo sovrano rjurikide con un nome slavo.

Lo Stato della Rus’ di Kiev nasce verso la fine del IX secolo lungo le sponde del fiume Dnepr, come risultato dello stanziamento, avvenuto a partire dal secolo precedente, di alcune tribù vichinghe svedesi, chiamate Rus’, in alcune zone dell’Europa nordorientale abitate da tribù slave, finniche, baltiche. Verso l’anno 880 dei Rus’, capitanati (secondo la Cronaca degli anni passati, principale cronaca russa riferita a quegli anni) da Rjurik, prendono il potere sull’intera zona, spostando il centro della loro attività a Kiev, allora importantissimo centro commerciale sulla via variago-greca.

La successiva storia kievana può essere suddivisa in tre periodi, ciascuno della durata di alcuni decenni o più: il primo, dall’880 al 980, contraddistinto dall’ascesa prepotente dello stato kievano sullo scacchiere esteuropeo del tempo; il secondo, dal 980 al 1054, corrispondente all’incirca ai regni dei principi Vladimir I (detto il Santo o il Grande) e Jaroslav I il Saggio, nella quale la Rus’ raggiunse l’acme della sua potenza; un terzo periodo, che si suole far partire dal 1054, caratterizzato dal lento declino, principalmente a causa dei gravi problemi di successione al trono.

Non esiste una data precisa riguardo alla fine della Rus’ kievana; alcune date importanti sono il 1169, quando il principe Andrej Bogoljubskij, che aveva già trasferito la capitale dello stato a Vladimir, saccheggiò Kiev, e il 1240, quando Kiev venne rasa al suolo dai Tataro-mongoli, che cominciavano in quegli anni il lungo periodo di pesante ingerenza negli affari interni della Rus’.

Il termine Rus’ deriva da una parola di probabile origine finnica che indica un uomo venuto d’oltre mare. Le più antiche testimonianze del nome Rus, ma nella variante Rhos, sono presenti negli Annales Bertiniani, del IX secolo, nel De administrando Imperio e nel De Ceremoniis dell’imperatore bizantino Costantino VII Porfirogenito, il primo scritto intorno al 950 e il secondo a breve distanza, in cui si dà notizia di popolazioni svedesi indicate con il nome di variaghi, una tribù dei quali si dà il nome di Rhos.

L’origine normanna dello stato kievano, quale emerge dagli Annales Bertiniani, fu postulata per la prima volta da alcuni storici tedeschi del XVIII secolo, che si basavano essenzialmente su quanto esposto nella Cronaca degli anni passati; in questo periodo di tempo è stata tuttavia contestata da alcuni storici, prevalentemente russi, che descrivevano la Rus’ di Kiev come uno stato eminentemente slavo.

La Cronaca degli anni passati cita le discordie insorte negli anni fra l’859 e l’862 fra le tribù finniche e slave stanziate nelle regioni intorno ai laghi dei Ciudi, Il’men’ e Beloozero e alcuni gruppi di Variaghi (o Varjaghi), chiamati per l’appunto Rus’ che, provenienti presumibilmente dall’Europa nordoccidentale,[2] si stanziarono nella zona compresa fra il lago Ladoga e il corso dello Dnepr nell’VIII secolo, dando origine a una presunta entità statuale chiamata Khaganato di Rus’; una data certa della loro presenza in Rus’ è l’anno 861, quando arrivarono ad attaccare l’impero bizantino.

Stando alla fonte storica, i Rus’ assoggettarono al tributo queste tribù, che successivamente si ribellarono al loro giogo. Successivamente, la Cronaca degli anni passati narra come, dopo aver scacciato i Rus’, le tribù non riuscirono a governarsi in maniera soddisfacente, a tal punto da arrivare a chiedere ai Rus’ di tornare per amministrarli. Sempre secondo la cronaca, Sineus e Truvor morirono non molto tempo dopo, lasciando Rjurik (chiamato anche Rurik) sovrano di tutta la terra dei Rus’; a lui viene dunque attribuita la fondazione del primo stato organizzato degli Slavi orientali.

Secondo la Cronaca, Rjurik morì nell’879 o nell’882, lasciando il potere a Oleg reggente in nome di suo figlio Igor. Oleg, intorno all’882, prese possesso di Kiev uccidendo Askold e Dir, membri del seguito di Rjurik e leggendari principi della città fin dall’anno 862; Oleg dichiarò la città madre di tutte le città della Rus’, segnando convenzionalmente la nascita dello stato della Rus’ kievana. Va sottolineato che la figura di Rjurik è stata da più parti messa in dubbio in quanto giudicata leggendaria, facendo presente che nessuna fonte kievana precedente alla Cronaca (che è della prima metà del XII secolo) fa cenno di un governante chiamato Rjurik.

Alla morte di Rjurik, quindi all’incirca intorno all’880, il potere passò a Oleg, reggente in nome del presunto figlio di Rjurik, Igor’, che terrà il potere fino al 913.

Oleg, con il sostegno dei suoi seguaci (la sua družina), estese i suoi domini ai danni di alcune tribù slave che vivevano nei pressi, come i drevliani e i poliani; alcune di queste opposero una strenua resistenza, mentre altre vennero sottomesse e sottoposte al tributo più facilmente, o addirittura scelsero esse stesse di pagare tributi a Kiev e allearsi con essa, senza tuttavia riconoscerne la supremazia assoluta. Negli ultimi anni del suo regno, l’esercito della Rus’ tentò addirittura un attacco diretto a Costantinopoli, il primo di una serie piuttosto lunga, che a quanto pare fu coronato da successo tanto da portare ad un vantaggioso accordo commerciale nel 911 che inaugurò le relazioni commerciali tra il giovane principato russo e l’impero bizantino, oltre a consentire la partecipazione della Rus’ alle campagne militari di Bisanzio.

Nei primi decenni di storia della Rus’ il potere statale sulle zone conquistate era piuttosto labile, tanto che parecchi dei primi sovrani dovettero ripetere, in una certa misura, le imprese compiute dai sovrani precedenti. Il successore di Oleg, Igor’, prese il potere nel 913; oltre che nuovamente contro Bisanzio nel 941 ) e nel 943 (con una spedizione in alleanza con i Peceneghi sul Danubio che portò al rinnovo dell’accordo commerciale con Bisanzio l’anno dopo), tornò anche ad affrontare i drevliani (dai quali fu ucciso nel 945). Nei tre decenni del suo governo lo stato della Rus’ si trovò tuttavia ad affrontare anche altri nemici, del tutto nuovi: intorno al 915, secondo la Cronaca degli anni passati, comparvero i temibili nomadi peceneghi, che avrebbero rappresentato una minaccia per parecchi decenni a venire.

Nel 945, ad Igor‘ succedette la sua vedova, Olga, reggente in nome del figlio Svjatoslav ancora in fasce. Il suo regno vide nuovamente combattimenti dei kievani contro i drevliani, oltre ad una politica finalizzata a tenere alta l’autorità di Kiev fra le altre tribù slave orientali. Alcuni anni dopo la sua incoronazione, Olga si convertì al Cristianesimo, senza tuttavia portare alla conversione del suo popolo che rimase fedele ai culti pagani.

Nell’anno 962 ad Ol’ga succedette il figlio Svjatoslav, il primo sovrano della rus’ con un nome slavo; i dieci anni del suo regno (morì nel 972) furono quelli in cui lo stato della Rus’ kievana consolidò la sua struttura e il suo ruolo nell’Europa orientale. La politica espansionistica di Svjatoslav cominciò nel 964, quando intraprese, alla testa del suo esercito, una serie di campagne nelle terre ad est della Rus’: sottomise i vjatiči, una tribù slava orientale precedentemente assoggettata dalla Khazaria, successivamente scese lungo la Oka sottomettendo le popolazioni ugro-finniche della zona (merja, meščëra, murom) e, sempre percorrendo il Volga, raggiunse Bolğar, la capitale della Bulgaria del Volga, saccheggiandola.

L’esercito di Svjatoslav nel 965 decise a questo punto di rivolgere le sue attenzioni alla Khazaria, un potente stato fondato circa tre secoli prima nella zona compresa fra il basso Volga e il mar Nero e che alcuni decenni prima, con il suo ruolo egemone nella regione, creò condizioni di stabilità politica che avrebbero facilitato la crescita della neonata Rus’ di Kiev. Nell’arco di due anni Svjatoslav inferse durissimi colpi allo stato khazaro, mettendone a sacco la capitale Itil’ e prendendo possesso di importanti città e fortezze dal Caucaso alle coste del mar Nero. Queste campagne, coronate da successo, ebbero da un lato il merito di unificare le tribù slave orientali oltre che di assicurarsi il controllo sull’intero corso del Volga, antica e importantissima arteria commerciale che garantiva il collegamento con i paesi rivieraschi del mar Caspio. D’altro canto, però, indebolendo il vicino khazaro, lasciò campo aperto alle orde provenienti dalle steppe centroasiatiche, come i già citati peceneghi che, approfittando delle frontiere poco controllate, lanciarono durissimi attacchi alla Rus’ arrivando addirittura ad assediare Kiev nel 969.

Svjatoslav intraprese, nel 968, un’altra importante campagna militare, diretta questa volta a sudovest: dietro invito dell’imperatore bizantino Niceforo Foca, attaccò i Bulgari stanziati nel bacino del Danubio, sconfiggendoli e facendo prigioniero il loro sovrano Boris II di Bulgaria. I successi militari di quegli anni misero sull’avviso i bizantini, ormai consci della potenza militare dei loro vicini settentrionali; attaccati nei Balcani, i Rus’ reagirono conquistando le città di Filippopoli (l’odierna Plovdiv, in Bulgaria) e minacciando Adrianopoli (odierna Edirne, in Turchia) e Costantinopoli. La reazione dei bizantini, comandati da Giovanni I Zimisce, portò ad alterne vicende belliche, risolte nel 971 in favore dei bizantini che estromisero i Rus’ dai Balcani. Sulla via del ritorno, Svjatoslav trovò la morte ad opera di un piccolo contingente di peceneghi.

Durante le sue lunghe assenze, Svjatoslav, in seguito alla morte della madre Olga nel 969, aveva diviso i compiti di amministrazione dello Stato fra i suoi tre figli: il primogenito Jaropolk ottenne il controllo della zona di Kiev, il secondogenito Oleg venne incaricato di controllare il territorio dei drevliani mentre il terzogenito Vladimir ottenne Novgorod. Alla morte del padre scoppiò una lotta fratricida; vincitore sembrò dapprima Jaropolk, che, caduto in battaglia Oleg, sconfisse Vladimir venendo incoronato principe regnando fino al 980. Vladimir, fuggito all’estero, rientrò dopo alcuni anni, intorno al 980, sconfiggendo il fratello maggiore e diventando nuovo principe di Kiev.

La Rus’ sotto Vladimir vide un’ulteriore stabilizzazione del suo potere e della sua influenza, minata dagli anni di guerra civile fra Vladimir e i suoi fratelli. Conquistò il territorio della tribù baltica degli jatvingi, raggiungendo lo sbocco sul mar Baltico; dalla parte opposta del suo regno, compì numerose spedizioni contro i peceneghi, mentre espanse a sudovest i suoi domini nella Galizia, a danno dei polacchi. Fu solo sotto Vladimir che la Rus’ divenne uno stato realmente unitario, dato che precedentemente era più che altro un’unione (piuttosto labile) di popolazione tributarie. Vladimir fece popolare da coloni russi le zone di recente conquista, costruendo numerose città e fortezze e proteggendo le frontiere; diede, inoltre, una forma definitiva alla rudimentale organizzazione amministrativa abbozzata alcuni decenni prima da sua nonna Olga. Divise il regno della Rus’ fra i suoi figli, responsabilizzandoli riguardo alla riscossione dei tributi e al mantenimento dell’ordine pubblico nel territorio di loro competenza.

La scelta di Vladimir di aderire alla religione cristiana viene descritta nella Cronaca degli anni passati come il risultato di un’accurata ricerca di carattere spirituale e culturale. Vladimir incontrò rappresentanti delle tre maggiori religioni monoteistiche, inviando al contempo delegati presso le loro capitali per ulteriori indagini; gli inviati a Costantinopoli tornarono entusiasti della cristianità bizantina, conquistati dai loro riti e dalle architetture religiose (in particolare la cattedrale di Hagia Sophia), portando così alla scelta di Vladimir. Sembra inoltre che Vladimir abbia rifiutato la religione ebraica perché espressione della fede di un popolo sconfitto e senza stato, mentre quella islamica perché proibiva il consumo di alcol, con le celebri parole «bere è la gioia dei russi».

Fu durante il regno di Vladimir che la Rus’ abbracciò il cristianesimo; quest’atto valse a Vladimir la canonizzazione e l’appellativo di “il santo”. La grande massa del popolo della Rus’ kievana abbracciò la fede cristiana in seguito all’influenza bizantina, all’incirca intorno all’anno 988, anche in considerazione del fatto che tutte le principali popolazioni dell’Europa orientale si erano già convertite al cristianesimo. I rapporti con Bisanzio e con la religione cristiana erano però di più lunga data, anche se prima di quell’anno non arrivarono mai a coinvolgere il popolo ma restarono chiusi entro stretti circoli. Sembra che già nell’867 fosse stata creata una diocesi russa della Chiesa bizantina; risale invece agli anni intorno al 955, come già accennato, la conversione di Olga.

Le motivazioni della conversione alla fede cristiana, nonostante quanto riportato nella Cronaca degli anni passati, appaiono essenzialmente di origine pratico. La Rus’ si trovava all’epoca ad un crocevia di popoli e culture, essendo confinante (o avendo contatti) con i bulgari del Volga musulmani, con i khazari ebrei e con i bizantini cristiani (all’epoca non si era ancora verificata la separazione fra cattolici e ortodossi, datata 1054); la scelta di aderire ad una particolare delle tre confessioni monoteiste aveva importantissime ripercussioni politiche e culturali e, all’epoca, la cristiana Bisanzio era il vicino più potente e prestigioso.

Sembra che la ragione della conversione di Vladimir fosse il desiderio di ottenere la mano della principessa Anna, figlia dell’imperatore Basilio II, da questi promessa in sposa (nel 987) a Vladimir in cambio di un aiuto militare per domare delle rivolte interne. Il matrimonio di Anna con un barbaro pagano sarebbe andato contro le regole del diritto imperiale e Vladimir, desideroso di unirsi in matrimonio con lei, avrebbe organizzato una conversione di massa dei rus’ kievani nelle acque del Dnepr. Lo stato di Kiev divenne una metropoli il cui patriarca veniva designato da Costantinopoli.

La conversione dei Rus’ alla religione cristiana dei bizantini contribuì a far entrare il loro stato nell’orbita del grande impero bizantino, estraniandoli al contempo dall’Occidente che sarebbe successivamente diventato cattolico. Gli anni immediatamente successivi alla conversione furono per lo stato kievano un periodo di grosso avanzamento dal punto di vista artistico e culturale, stimolato dall’apporto dei numerosi greci che si erano stabiliti a Kiev come seguito della principessa Anna. La nuova metropolia adottò come lingua liturgica lo slavo ecclesiastico, scritto in un alfabeto cirillico arcaico derivante dall’alfabeto glagolitico, il cui utilizzo portò due importanti conseguenze: da un lato impedì la diffusione successiva non solo del latino (la lingua della Chiesa di Roma), ma anche del greco del cristianesimo bizantino, ma dall’altro contribuì, nei secoli a venire, ad avvicinare la religione al popolo dal momento che usava la sua stessa lingua, o quanto meno una lingua molto vicina.

La morte di Vladimir I, nel 1015, fece ripiombare lo stato di Kiev nella guerra civile. I contendenti erano i suoi figli, che secondo le usanze si erano visti affidare dal padre regnante diverse zone del paese da amministrare. In un primo momento sembrò prevalere il primogenito Svjatopolk, detto successivamente il Maledetto, che prese il potere approfittando di aiuti polacchi; durante il periodo di guerra civile gli vennero attribuiti molti crimini, fra i quali l’uccisione di tre suoi fratelli (Svjatoslav, Boris e Gleb). Svjatopolk regnò per quattro anni, fino al 1019, anno in cui il fratello minore Jaroslav lo sconfisse riuscendo ad ottenere il potere.

Il regno di Jaroslav, che fu detto il Saggio, durò 35 anni; nonostante venga considerato il periodo in cui lo stato della Rus’ di Kiev raggiunse il suo apogeo, i primi anni furono travagliati, analogamente al passato, da pesanti conflitti interni alla sua famiglia. Uno dei fratelli sopravvissuti alla guerra civile degli anni 1015-1019 fu Mstislav, detto il Valoroso, che successivamente assunse il potere sul principato di Tmutarakan’, situato fra la foce del Kuban’ e il mar Nero; questi continuò tuttavia ad avanzare pretese sul trono kievano, al punto da costringere il fratello ad un accordo, nel 1026:[12] Jaroslav divenne principe di Kiev e dei territori ad ovest dello Dnepr, mentre Mstislav ottenne il dominio sui territori ad est del fiume, con capitale posta a Černigov.

Oltre alle battaglie per il trono, Jaroslav dovette affrontare altri problemi interni, come le periodiche sollevazioni di varie tribù finniche e lituane e una rivolta in chiave religiosa nella zona di Suzdal’, causata da una reviviscenza dei culti pagani praticati prima della conversione al cristianesimo e mai totalmente abbandonati; nell’anno 1031 Jaroslav riannetté alla Rus’ alcuni territori che alcuni anni prima erano passati alla Polonia, in cambio dell’aiuto fornito a Svjatopolk il Maledetto nel periodo della guerra civile del 1015-19. Rimasto solo al trono in seguito alla morte di Mstislav nel 1036, intraprese nel 1037 una fortunata campagna contro i nomadi peceneghi, che, stanziati lungo le coste del mar Nero, non avevano mai smesso di rappresentare un pericolo per Kiev; questi attacchi portarono ad un loro drastico ridimensionamento e ad un periodo di circa venticinque anni di pace e relativa stabilità sul confine con le steppe, almeno fino alla comparsa di altri temibili nomadi, i Cumani o polovcy.

Lo stato kievano raggiunse in questi anni l’apice della sua estensione e della sua importanza politica. La Rus’ si estendeva dai Carpazi a sudovest fino alla confluenza della Oka nel Volga a nordest, toccando a nordovest le coste del mar Baltico; il confine sudorientale correva parallelamente al corso del Volga, mantenendosene non lontano. Durante il suo regno i regnanti kievani mantenevano stretti legami con i membri delle altre dinastie regnanti europee; sposato egli stesso a una principessa svedese, Rogneda di Polock, combinò per tre dei suoi figli matrimoni con le figlie dei regnanti di Francia, Ungheria e Norvegia, mentre due sue sorelle sposarono principi e regnanti polacchi e bizantini. Altri membri della famiglia regnante strinsero rapporti con sovrani e potenti tedeschi, ungheresi e boemi.

Nonostante questi successi in politica estera, grande parte della fama di cui godette Jaroslav il Saggio gli derivò dalle iniziative in politica interna; durante il suo lungo regno la Rus’ di Kiev vide un eccezionale sviluppo della legislazione, dell’arte, dell’architettura e della cultura, oltre che il definitivo affermarsi della religione cristiana. Furono costruite numerosissime chiese in pietra, la più famosa delle quali fu la cattedrale di Santa Sofia a Kiev; ebbe un notevole impulso anche la costruzione di monasteri. Sotto il regno di Jaroslav venne iniziata la compilazione della Russkja Pravda ( in russo:Ру́сская пра́вда, [Russkaja Pravda] giustizia russa), il primo codice di leggi russo; avvalendosi dell’opera di Ilarione, primo metropolita indigeno russo, si procedette inoltre a una riorganizzazione della Chiesa; verso il 1050 venne prodotto il Sermone sulla legge e sulla grazia, uno dei primi esempi di produzione letteraria russa.

La morte di Jaroslav vide, conformemente al diritto consuetudinario slavo (e in contrasto con la Russkaja Pravda appena approvata), la spartizione dello Stato fra i suoi figli: Izjaslav, il maschio più vecchio ancora in vita, si vide assegnato (come da tradizione) il principato di Kiev e quello di Novgorod; Svjatoslav, secondo figlio maschio, fu destinato al governo del principato di Černigov; a Vsevolod, terzo, fu assegnato il territorio di Pereslavl’; il quarto figlio, Vjačeslav, fu destinato a regnare sul principato di Smolensk, mentre all’ultimo figlio, Igor’, Jaroslav diede in eredità il principato di Vladimir-Volynskij.

Le norme codificate nella Russkaja Pravda, però, prevedevano che, alla morte del gran principe di Kiev, il suo posto venisse preso non dal figlio, ma dal fratello di età più vicina a lui, avviando una sorta di rotazione dei vari fratelli fra i troni dei vari principati che componevano la Rus’ di Kiev.

In questo periodo di tempo regnarono su Kiev Izjaslav I, dal 1054 al 1073, tranne che per un breve periodo fra il 1068 e il 1069; Svjatoslav II, per un breve periodo fino al 1076, quando fu spodestato da Izjaslav che si reinstallò sul trono kievano fino al 1078; Vsevolod, dal 1078 al 1093. Questo periodo fu caratterizzato da uno stato di guerra civile quasi permanente, che contribuì a mantenere lo stato di Kiev in un costante stato di instabilità; tale divenne l’entità del problema che i principi decisero di riunirsi per risolvere una volta per tutte il gravissimo problema della successione. L’incontro ebbe luogo nel 1097 nella città di Ljubeč, ed ebbe come risultato l’adozione di norme di successione da padre a figlio, che però non furono regolarmente applicate.

Queste lotte diedero luogo anche a contraccolpi economici. I principi erano talmente occupati a farsi la guerra tra di loro, che i popoli della steppa depredavano tutti i mercanti che andavano e tornavano da Costantinopoli. A partire dalla metà dell’XI secolo, le incursioni di un popolo della steppa, i Cumani (o Polovcy, come sono noti agli storici russi) si fecero sempre più frequenti; si trattava di un’altra stirpe di nomadi provenienti dall’Asia centrale, analogamente ai Peceneghi che assillarono la Rus’ un secolo prima; sostituitisi a questi ultimi nel territorio steppico esteso lungo la costa del mar Nero, assalirono Kiev per la prima volta nel 1061.

In questo periodo di generale indebolimento, lo stato kievano conobbe nuovamente un periodo di relativa unità e potenza sotto il regno di Vladimir II, detto il Monomaco (dal greco, che significa “combatte da solo”), figlio di Vsevolod, salito al potere nel 1113 succedendo a Svjatopolk II. Secondo le cronache, nei dodici anni del suo regno fu quasi sempre impegnato in battaglia; combatté i Bulgari del Volga, i Polacchi e gli Ungari nella regione danubiana, oltre che in Livonia e in Finlandia. Dal punto di vista militare, però, i suoi meriti maggiori gli derivarono dalle aspre battaglie combattute contro i Cumani, che riuscì, seppure parzialmente e temporaneamente, ad arginare.

Lo Stato russo, seppure travagliato, mantenne una certa unità anche sotto il regno di due dei suoi figli, Mstislav I (dal 1125 al 1132) e Jaropolk II (dal 1132 al 1139).

La seconda metà del XII secolo vide invece il definitivo tracollo dello stato kievano unitario. Il titolo di gran principe di Kiev era motivo di sanguinose contese di successione, e lo Stato appariva sempre più diviso nei vari principati che si avviavano verso una sempre maggiore indipendenza. Anche i dati storiografici si fanno meno certi, tanto che di alcuni sovrani si conosce il nome e poco più.

Nel 1169, il principe di Vladimir-Suzdal’ Andrej Bogoljubskij, durante una delle numerose guerre civili, distrusse la città di Kiev ma, una volta ottenuta la vittoria, non si installò sul trono kievano preferendo restare al potere a Vladimir e ponendo a Kiev suo fratello minore; questo atto fu il primo di una serie di segnali della perdita di importanza di Kiev rispetto ad altri centri, cominciata in verità già intorno al 1150.

Dopo il 1169 il metropolita era rimasto a Kiev, mantenendo la sede originaria. Con l’arrivo dei Tataro-mongoli, però, il metropolita Massimo si sposterà anch’egli nella regione di Suzdal’, che quindi diventerà sede anche del potere ecclesiastico, oltre che di quello politico. I vescovi di Kiev, Galizia e Volinia rifiuteranno questa traslazione della sede metropolitana, e nel 1303 eleggeranno un loro metropolita, contrapposto a Massimo, che si stabilirà a Halyč. Il patriarca di Costantinopoli, Atanasio I, non potrà fare altro che accettare questa situazione e, sebbene controvoglia, sancirà la divisione in due metropolie (la metropolia di Kiev-Galizia sarà poi abolita nel 1347).

Le basi dell’economia commerciale kievana furono messe a dura prova dalle incursioni dei Cumani, ricominciate con rinnovato furore nella seconda metà del XII secolo; la violenza e la frequenza degli attacchi fu tale che la via commerciale lungo il corso del Dnepr fu abbandonata. Le ripetute sconfitte dell’esercito della Rus’, sempre più disunito, contro le schiere cumane furono immortalate in uno dei prodotti più famosi della letteratura russa delle origini, il canto della schiera di Igor, datato 1185.

Un altro colpo molto pesante per il commercio della Rus’ arrivò nel 1204, quando Costantinopoli soffrì gravi distruzioni durante la quarta crociata; oltretutto, dopo il 1204, buona parte dei commerci che transitavano da Costantinopoli si era spostata verso l’Italia. Nel 1237, infine, quando la Rus’ era ormai diventata di fatto una federazione di principati pressoché indipendenti (in quell’anno se ne contavano quindici), irruppero sulla scena russa i Tataro-mongoli; la loro incursione su Kiev del 1240, che portò la città a una pressoché completa distruzione, viene tradizionalmente considerata la fine dello Stato della Rus’ di Kiev.

Il declino della Rus’ come stato unitario provocò il sorgere di altri centri di potere locale che erano, a tutti gli effetti, analoghi a stati indipendenti. I ripetuti attacchi dei popoli nomadi della steppa, come i Cumani, avevano provocato, nel corso degli anni, l’esodo di parte della popolazione delle zone sudorientali dello stato (come ad esempio i dintorni di Kiev) verso i territori settentrionali, occidentali e sudoccidentali, che avevano assunto maggiore importanza relativa. Acquisirono particolare peso politico la Galizia e la Volinia a sudovest, il territorio di Novgorod a nordovest e il principato di Vladimir-Suzdal’ nel nordest.

È in questa fase che si può porre l’embrione del processo di differenziazione che porterà alla nascita delle tre etnie slave orientali odierne: ucraini (detti anche ruteni) nella parte sudoccidentale, bielorussi (russi bianchi) nel nordovest e russi (grandi russi) nel nordest. La localizzazione geografica portò i primi due gruppi ad avere, nei secoli successivi, profondi contatti con lituani e polacchi, che mancarono invece del tutto ai grandi russi; questi ultimi ebbero invece relazioni di una certa intensità e durata con popoli asiatici, come i Mongoli, i loro alleati Tatari e, più tardi, le popolazioni autoctone della Siberia.

La tendenza alla parcellizzazione dello stato kievano divenne estrema nei secoli successivi alla sua caduta, soprattutto nelle regioni nordorientali, contraddistinguendo un periodo della storia russa che è stato chiamato periodo degli appannaggi, che in russo, l’origine di questo nome rimanda al termine udel, che indicava la parte di regno che un figlio riceveva alla morte del padre, secondo una tradizione che assimilava il principato (con relativi abitanti) ad un qualunque bene materiale.

Fin dalle sue origini, lo stato kievano ebbe un carattere spiccatamente mercantile; i Rus’, le tribù normanna, erano spinte unicamente dal desiderio di controllare interamente l’importantissima via commerciale “dai normanni ai greci”, cioè il fiume Dnepr, che portava con una certa comodità al mar Nero e a Costantinopoli.

Per lungo tempo la classe dominante variaga dei Rus’ (normanna) restò separata dal resto della società, costituito essenzialmente da tribù slave piuttosto autonome e che, in seguito alle vittorie dei Rus’, venivano, più che incorporate in uno stato, solamente sottoposte a tributi.

Al vertice della società kievana (costituita, nel XII secolo) stava il principe con la sua casata e, a lui sottoposto, il suo seguito, detto družina, distinta, a seconda dell’importanza, in družina maggiore e družina minore; insieme con l’aristocrazia locale, formava una specie di nobiltà, i cui componenti venivano chiamati muži e che, nei secoli successivi, avrebbero costituito un gruppo di grossa influenza sull’economia e sulla politica, i boiari. Al di sotto di questi venivano i ljudi, una sorta di “classe media” dello stato kievano; la classe sociale più numerosa era costituita da contadini liberi chiamati smerdy. Sembra che nella Rus’ kievana delle origini non fosse presente il servaggio, che fece però la sua comparsa in un secondo tempo soprattutto a causa dei debiti contratti da alcuni contadini liberi verso i proprietari. Nonostante questo aumento, comunque, la classe degli agricoltori liberi rappresentò sempre una parte significativa nella società della Rus’ kievana. Alla base della piramide della società kievana stavano infine gli schiavi.

Pubblicato da ColoRussia

"La Russia non si può capire con la mente, né la si misura col metro comune: la Russia è fatta a modo proprio, in essa si può soltanto credere". Tutto ciò che c'è da sapere sulla Russia a portata di click: Lingua e traduzione Storia Cultura, società e curiosità

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