il difficile cammino del giornalismo in Russia

La storia del giornalismo in Russia la si può far risalire al XIX secolo, segnata dagli scarsi livelli di alfabetizzazione, dalla censura e dal controllo governativo nonché dall’enfasi posta dai media su politica e propaganda.

La Russia imperiale infatti, essendo un’autocrazia, non prevedeva la libertà di stampa e limitava fortemente l’attività giornalistica. Fino al 1860 i russi riuscivano a procurarsi informazioni e notizie di nascosto tramite giornali e giornalisti stranieri. I comunicati stampa ufficiali erano emessi attraverso diversi dicasteri: ad esempio, il periodico Russky Invalid, nato indipendente e, dal 1893 al 1917 finito con l’essere la rivista ufficiale del Ministero della Guerra.

Severnaia Pchela fu il primo quotidiano privato la cui pubblicazione era subordinata al vaglio governativo nella persona di Alexander Smirdin, noto editore di testi letterari, di libri di testo scolastici e delle riviste letterarie Biblioteka Dlya Chtenya e Syn otechestva. Severnaia Pchela fu pubblicata a San Pietroburgo dal 1825 al 1860 e si rivolgeva a un pubblico di intellettuali e personalità del mondo urbano caratterizzato da un raffinato gusto letterario. La sua attività fu oggetto della satira di Alexander Pushkin.

Dal 1839 al 1867, fu attiva anche la rivista letteraria Otechestvennye Zapiski fondata dall’editore e giornalista russo Andrey Krayevsky, che nel 1863 aveva dato vita al popolare quotidiano Golos. Krayevsky fu anche il condirettore di Russky Invalid e di Sankt-Peterburgskie Vedomosti, un periodico che avevo raggiunto una tiratura di 12 000 copie.

Nella seconda metà del XIX secolo, lo zar Alessandro II allentò dei vincoli della censura, autorizzando la creazione di circa sessanta nuovi quotidiani. Golos superò la media di 23 000 copie e il suo imprenditore riuscì a fondare la prima agenzia di stampa russa.

Aleksey Suvorin fu un importante curatore e editore di libri, nonché gestore di una catena di librerie. La sua opera fu tollerata dal governo malgrado il suo punto di vista conservatore e nazionalista, anche in forza dell’alto livello qualitativo dei suoi prodotti editoriali, largamente riconosciuto in Russia.

Il periodico The Russian Bulletin promosse il liberalismo, elogiando l’azione riformatrice di Alessandro II al quale chiese l’introduzione dello Stato di diritto e delle giurie popolari nei tribunali. Nel 1900, chiese al sovrano di promulgare una costituzione e di istituire un parlamento, la Duma, non mancando di tessere le lodi del vecchio apparato rappresentativo della comune agreste (la obščina) e degli zemstvo. La rivista esercitò una pressione politica perché fossero garantite una maggiore uguaglianza e una diffidenza aprioristica nei confronti del capitalismo, dell’industria e degli uomini d’affari.

Il successo di pubblico non riguardò questa rivista liberale, quanto piuttosto i giornali della sinistra sovietica che erano pubblicati clandestinamente dai partiti rivoluzionari, oltre a 429 titoli satirici non autorizzati e diretti contro il regime zarista. Entrambi furono presi di mira dalla censura governativa, che li chiuse dopo poco tempo.

Malgrado la repressione politica, il numero di quotidiani e settimanali continuò a crescere: l’unica soluzione praticabile per la censura governativa era quella di piegare il contenuto della notizia ai propri fini, prima che essa fosse pubblicata. L’Agenzia Telegrafica Russa di San Pietroburgo supportò l’azione politica e propagandistica degli zar, contribuendo ad aumentare il livello di alfabetizzazione media delle masse. Tra il 1904 e il 1917 fece circolare un complesso di informazioni fattuali passate dal governo al fine di manipolare l’opinione pubblica e orientarla a favore della rapida campagna di industrializzazione del Paese diretta dal ministro delle finanze Sergei Witte. L’agenzia fu infine rilevata dai bolscevichi nel 1917.

Vestnik Evropy divenne la più nota rivista liberale russa alla fine del XIX secolo. Pubblicata dal 1866 al 1918, il suo primo redattore Mikhail Matveevich Stasiulevich illustrò il liberalismo di John Stuart Mill e il socialismo di Proudhon mediante una rassegna delle loro opere. L’intento era quello di prevenire qualsiasi radicalizzazione della politica e di proporre una terza via del liberalismo russo, distinta da quello europeo, che era storicamente segnato dallo scontro fra la borghesia e la classe operaia.

Il nazionalismo russo fu consolidato dall’opera di Mikhail Katkov, il quale, pur non essendo un affermato teorico politico, era un brillante giornalista con un’ottima dialettica, che lo rese un punto di snodo per la creazione di un sentimento di identità nazionale. Dopo la guerra di Crimea del 1856 e l’insurrezione polacca del 1863, Katkov abbandonò le sue opinioni liberali anglofone e alle riforme di Alessandro II oppose l’idea di uno “Stato forte” russo, fondato su un popolo entusiasta e unito da una visione nazionale comune. La rivista letteraria Russkii Vestnik e il giornale Moskovskiye Vedomosti furono gli organi di diffusione delle sue idee filoccidentali, opposte a quelle slavofile.

Affermatosi un mercato editoriale di adeguate dimensioni, a partire dal 1895 anche la pubblicità assunse un ruolo di rilievo rispetto alle entrate economiche dei giornali. Il mecenatismo di banche, ferrovie e grandi industrie fece emergere nuove agenzie pubblicitarie. La maggiore di esse, la Mettsel and Co., era arrivata a controllare più della metà del mercato pubblicitario dei quotidiani.

Nel gennaio 1912, i bolscevichi leninisti fondarono il quotidiano Pravda. Fino alla sua soppressione nel 1914, esso fu uno strumento educativo e propagandistico «singolarmente efficace che permise ai bolscevichi di ottenere il controllo del movimento operaio di Pietroburgo e di costruire una base di masse per la propria organizzazione». Da Lenin in poi, i bolscevichi detennero il controllo completo dei media russi, ininterrottamente dal 1917 al 1991. I principali quotidiani nazionali erano Izvestija e Pravda, che fu la prima testata a dotarsi di un’attrezzatura per la stampa di illustrazioni, per vari anni rimasta anche la migliore in termini di resa qualitativa.

I principali quotidiani, di concerto tra loro, adottarono e diffusero un lessico e un vocabolario di termini selezionato e specificamente improntato alla retorica e al consolidamento della struttura totalitaria della società. Il controllo della forma e del contenuto della carta stampata permetteva di ostacolare il pensiero critico e di impedire il formarsi di un’opinione pubblica indipendente. La stampa presentava il potere politico come l’autorità della verità, che si scontrava con gli errori talora intenzionali dei burocrati di livello inferiore, e con l’azione di terzi costantemente presentati spie subdole e di traditori servi del capitalismo.

La norma dell’era sovietica era un insormontabile appiattimento dell’opinione pubblica, salvo rare eccezioni di alto livello. Un esempio di questo tipo fu il progetto di costituzione sovietica del 1936, appoggiato da Pravda e da Trud‘, il quotidiano dei lavoratori manuali russi, e avversato da Izvestija di Nikolai Bukharin, che riuscì a cambiare temporaneamente la linea editoriale del partito. Dopo alcuni mesi di attacchi mediatici nei confronti degli oppositori e traditori “trotskyiti”, Bukharin fu arrestato e infine giustiziato nel ’37.

La leadership comunista era radicata nella propaganda della carta stampata, ma prima di tutto aveva necessità di alfabetizzare una popolazione che nel 90% dei casi non era ancora capace nè di leggere nè di scrivere. La scuola divenne la priorità assoluta del governo che mirava ad ottimizzare la successiva opera di giornali e riviste. La manipolazione della quota di opinione pubblica analfabeta era portata a termine mediante l’uso di poster e giagantografie. I piani degli oligarchi includevano anche il monopolio dei nuovi media, come la radio, che era utilizzata per trasmettere i discorsi politici. Le autorità sovietiche si resero conto che la radio era “altamente individualista” e che incoraggiava l’iniziativa privata, un fatto intollerabile per un regime totalitario. Furono quindi imposte sanzioni penali, ma la vera soluzione operativa fu quella di spegnere le trasmissioni via etere, sostituendole con programmi radio trasmessi tramite una rete pubblica su filo di rame con topologia Hub and spoke i cui nodi di terminazione erano gli altoparlanti installati presso le stazioni di ascolto approvate dal governo, i cosiddetti “angoli rossi” delle fabbriche. Lo stile editoriale sovietico stimolava i cittadini all’ascolto dei leader di partito, mediante un coordinamento di discorsi pubblici tenuti di persona, discorsi radiofonici e interventi sulla carta stampata. La professionalità del giornalista fu fortemente limitata nella sintesi e nell’interpretazione dei testi, col totale divieto di aggiungere commenti, rivelare i retroscena o intavolare discussioni con i lettori. Nessuno si azzardò a mettere in discussione la leadership o a sfidarla, nè tantomeno a organizzare conferenze stampa o a divulgare notizie di portata simile.

Ai corrispondenti stranieri era severamente proibito di interloquire con qualsiasi persona al di fuori dei portavoce ufficiali. Il risultato fu una rappresentazione rosea della vita sovietica nei media occidentali, fino a quando negli anni ’50 Nikita Chruščëv non rivelò gli orrori di Stalin. L’esempio più famoso fu quello di Walter Duranty del The New York Times.

La caduta del Muro di Berlino e il crollo del comunismo nella notte nel 1991 liberano i media russi dal controllo governativo. Gli editori e i giornalisti furono colti dall’immediata necessità di reperire e pubblicare notizie accurate, per conquistare un nucleo stabile di lettori abbonati e di entrate pubblicitarie sicure. Con l’ascesa al Cremlino dell’ex KGB Vladimir Putin tornarono ad essere severamente puniti i giornalisti che sfidavano il suo punto di vista ufficiale.

Il presidente russo esercitò un controllo diffuso e pervasivo della stampa, di tipo sia diretto che indiretto. Nel 2012 il governo russo era il padrone di tutte le sei reti televisive nazionali, unitamente a un portafoglio di due reti radio, due dei quattordici quotidiani nazionali e tre quinti dei 45.000 giornali e periodici locali.

«Nel 2013, Reporter senza frontiere, ad esempio, ha classificato la Russia al 148° posto fra 179 Paesi nella sua classifica dedicata alla libertà di stampa. Ha criticato in particolare la Russia per aver represso l’opposizione politica e per l’inettitudine delle autorità nel perseguire con forza e nell’assicurare alla giustizia i criminali che avevano assassinato i giornalisti. Freedom House categorizza i media russi come “non liberi”, sottolineando l’assenza delle tutele e delle forme di garanzia fondamentali per i giornalisti e per le imprese del settore dei media».

Fare controinformazione, oggi, in Russia è un atto di coraggio e troppo spesso non conduce a esiti favorevoli: giornalisti e oppositori spariscono misteriosamente, come nel noto caso di Anna Stepanova Politkovskaja, giornalista del  Novaja Gazeta. Sono noti i pericoli in cui incorrono i giornalisti che tentano di fare controinformazione in Russia. Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti, dal 1992 al 2006 nel Paese sono stati assassinati 50 professionisti per la loro attività. Il 7 ottobre 2006 la giornalista Anna Politkovskaya, conosciuta per le sue aspre critiche alla politica della Russia in Cecenia e la sua ferrea controinformazione (o libera informazione, dipende dai punti di vista) è stata uccisa nei pressi della sua abitazione, scatenando clamore e disapprovazione in Occidente. Per quella vicenda Putin venne pesantemente accusato di non aver protetto i media liberi e indipendenti. Misure ulteriormente repressive della controinformazione sono state introdotte nel 2019, quando la Duma ha approvato una legge che prevede arresti e multe salate per chi critica il governo e le istituzioni, o chi diffonde fake news. Proprio di recente, lo scorso 30 aprile, questa legge (recentemente modificata e ampliata) è stata applicata contro la scrittrice e giornalista Tatiana Volskaya, presa di mira dagli investigatori dopo la pubblicazione di un articolo in cui denunciava la mancanza di ventilatori per la respirazione in un ospedale durante la pandemia da coronavirus. Citando un medico da lei intervistato ha affermato che, per la carenza di tali attrezzature, il personale medico è stato costretto a scegliere chi curare. Proprio a causa di quest’intervista, la giornalista potrebbe essere accusata penalmente di aver diffuso notizie false. La legge è stata aspramente criticata perché definisce come falso tutto ciò che non coincide con le informazioni ufficiali, imbavagliando ulteriormente giornalisti e blogger.

Sin dal 2009 il governo russo possiede il 60% dei giornali e quasi tutte le emittenti televisive nazionali, come riporta il succitato report di Freedom of press. Oltre infatti alle ferree restrizioni e alle pressioni del governo sui media indipendenti, questi sono poco numerosi e ovviamente privi di qualsiasi sovvenzione statale. Il governo ha puntato sulla proprietà diretta per controllare e influenzare i principali media nazionali e regionali, in particolare la televisione, che si è ormai totalmente allineata al Cremlino. L’unico canale formalmente non governativo è NTV, di proprietà di Gazprom, il colosso energetico in cui lo Stato ha però una partecipazione di controllo.

La maggior parte degli analisti dei Paesi liberi si è concentrata sulla figura di Putin, che dal 1999 ha ricoperto ininterrottamente la carica di primo ministro o quella di presidente. Maria Lipman ha affermato: «la repressione che seguì il ritorno di Putin al Cremlino nel 2012 si estese ai media liberali, che fino a quel momento erano stati autorizzati a operare in modo alquanto indipendente».

Marian K. Leighton ha dichiarato: «dopo aver messo il bavaglio ai media della carta stampata e della radiotelevisione della Russia, Putin ha rivolto i suoi sforzi su Internet».

In Russia dal 2000 al 2009 sono stati uccisi 19 giornalisti e si calcola che dal post guerra fredda ne siano stati uccisi circa 70. Di questi, 5 scrivevano sulla Novaja Gazeta, il giornale dove scriveva anche Anna Politkovskaja, uccisa con cinque colpi di pistola davanti casa sua il 7 ottobre del 2006. «Il giornalismo in Russia è diventata una vera e propria guerra, dato che i caduti sul campo sono molti e il numero, purtroppo, è destinato a salire», afferma il vicedirettore del giornale Vitaly Yaroshevski durante la gremita conferenza sulla vita del giornalismo russo che si è svolta all’ Hotel Brufani. Il vicedirettore racconta del suo lavoro e di quello dei suoi colleghi che lavorano in una redazione che ormai è diventata anche una sorta di museo dei cimeli dei giornalisti caduti sul lavoro, una redazione in cui le riunioni cominciano sempre con una preghiera in ricordo di tutti loro. Anna Politkovskaja è solo l’ultima delle vittime del sistema politico russo, che decide di non indagare sulle morti di queste persone (solo il 20% degli omicidi ha avuto una soluzione), lasciando l’opinione pubblica russa e mondiale all’oscuro delle reali cause delle morti. E forse questa situazione è anche colpa degli stessi russi, afferma Lidija Yusupova (giornalista e candidata al premio nobel per la difesa dei diritti umani): nessuno si sconvolge di questi avvenimenti né si scandalizza perchè le persone sono ormai drogate dall’informazione fittizia che il governo Putin realizza e diffonde sulle sue tv statali (il alcune zone del Caucaso e della Cecenia è possibile vedere solo il “primo canale” dello Stato), simbolo della totale mancanza del legame tra la popolazione e le istituzioni governative. E che, anzi, a volte si sente quasi offesa dalle manifestazioni che si svolgono in altre parti del mondo, dove il livello di indignazione sembra più alto, come se fossero offesi dal fatto che altri popoli piangano e giudichino le vittime di attentati e stragi russe. Nonostante tutto questo, i giornalisti della Novaja Gazeta e delle altre poche testate libere continuano a lavorare e sperare di poter riuscire a risvegliare le coscienze russe, restando alla loro scrivania, senza scoraggiarsi e pensare di abbandonare il loro lavoro ; nonostante molti giornalisti sono consapevoli di essere seguiti e pedinati, i giovani ancora si appassionano a questo mestiere ed entrano nella redazione dei giornali speranzosi di poter raccontare la verità sulla politica russa, sulla forte corruzione che la corrode e sulle aree della Russia come il Caucaso e la Cecenia dove i diritti umani sono totalmente calpestati (anche se ora il giornale ha deciso di non mandare più nessuno in zone quali la Cecenia per non rischiare di lasciare un’altra scrivania vuota nella redazione): i giovani, grazie al supporto di Internet, diffondono nuovi contenuti liberi e grazie al coraggio di alcuni giornali si formano le nuove leve. I due giornalisti ci lasciano ricordandoci di non smettere mai di fare domande scomode, di provare sempre a mettere in difficoltà le alte cariche, di informarsi su come i processi sulle morti di questi martiri del giornalismo si stanno evolvendo, perché in questo modo “anche se non si riuscirà ad arrivare alla soluzione”, conclude Vitaly Yaroshevski, “almeno gli faremo passare il resto della giornata con un nervoso mal di stomaco, perché a loro non piace essere messi in difficoltà”.

Pubblicato da ColoRussia

"La Russia non si può capire con la mente, né la si misura col metro comune: la Russia è fatta a modo proprio, in essa si può soltanto credere". Tutto ciò che c'è da sapere sulla Russia a portata di click: Lingua e traduzione Storia Cultura, società e curiosità

Una opinione su "il difficile cammino del giornalismo in Russia"

  1. Ho vissuto la crisi dell’Unione Sovietica come osservatore, dall’Italia. Ho capito questo:
    – alla fine degli anni ’80 l’Unione Sovietica era in profonda crisi: politica ed economica
    – Gorbaciov tentò una transizione morbida verso un sistema economico liberista. Non ci riuscì.
    – Gli succedette per un periodo Boris Yeltsin.

    Questo personaggio, volendo accelerare il cammino verso un liberismo economico all’americana, in realtà gettò l’ex Unione Sovietica nella più profonda e pericolosa crisi economica e sociale.
    – Il rublo perse completamente il suo valore.
    – La gente si trovò senza lavoro e senza risparmi, questi ultimi polverizzati dall’inflazione.
    – L’unione Sovietica si frantumò in numerosi stati indipendenti, ognuno di essi incapace di reggersi economicamente in maniera autonoma.
    – Le famiglie furono costrette a emigrare in Europa, accettando i lavori più umili e umilianti, pur di sopravvivere.

    La Russia stava precipitando in una totale dissoluzione politica ed economica. Di ciò pensavano già di approfittare le multinazionali occidentali, pronte a sottrarre all’ex Unione Sovietica l’enorme quantità di materie prime di cui disponeva e dispone tuttora. Un paese in crisi, una inflazione spaventosa, una leadership politica fragile e corrotta: erano una leccornia cui le multinazionali occidentali non potevano rinunciare per i loro piani di sfruttamento economico.

    Occorreva pertanto una presa di posizione forte, capace di sostenere l’assalto delle multinazionali e capace di riportare ordine ed equilibrio in un paese in cui la transizione al liberismo economico rischiava di diventare una catastrofe umanitaria.

    Vladimir Putin è stato colui che ha riportato la Russia ad essere una fra le grandi potenze, ricca e sicura nei suoi confini. Egli ha riportato in patria coloro che erano emigrati e ha ridato al popolo russo un lavoro dignitoso e anche (questa è la mia impressione) benessere e/o ricchezza. Tanto che oggi i turisti russi sono molto apprezzati in Italia, soprattutto nella riviera adriatica, dove è stato creato apposta l’aeroporto di Rimini con voli in gran parte da e per la Russia.

    Il turista russo oggi ha molti quattrini.

    La Russia sta predisponendo rotte commerciali con l’Estremo Oriente, rotte che passano dal Caucaso e dal Mar Nero.

    La Russia rifornisce l’Europa di materie prime: gas principalmente.

    Non c’è miseria, oggi, in Russia. Non si vede gente abbandonata per la strada, senza lavoro e senza occupazione, come invece siamo costretti a vedere nei nostri paesi occidentali; in Italia in particolar modo.

    Ora io mi chiedo: vista la situazione in cui Yeltsin aveva gettato il proprio paese, era possibile una transizione ad un liberismo economico attraverso il meccanismo della competizione elettorale democratica, tipica dei nostri paesi occidentali? Io credo di no.

    In quella situazione, era possibile accettare una stampa in cui ognuno esprimesse la propria opinione, in perfetto stile democratico all’occidentale, o era piuttosto necessario prendere una posizione forte e decisa, che impedisse il definitivo e totale disfacimento di quello sterminato e ricco territorio?

    Io credo che Putin sia stato l’uomo che ha impedito alla Russia di diventare un deserto economico. Non è certamente un personaggio che risponde ai criteri di democrazia richiesti dai nostri governi occidentali. Ma ritengo che in Russia l’instaurazione di un regime democratico di tipo occidentale sia assai difficile, proprio per la tradizione culturale assai diversa dalla nostra.

    Queste opinioni le esprimo con umiltà e con rispetto, senza la pretesa di avere ragione, nè l’arroganza di esprimere la tesi definitiva a riguardo. Il suo articolo è stato, come di solito, grandemente esaustivo ed interessante.

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