Le origini della Russia: la Rus’ di Kiev e la sua storia

Киевская Русь [Kievskaja Rus’], la Rus’ di Kiev

Secondo la teoria più accreditata, il termine rus’, con cui le popolazioni slave e finniche indicavano alcune stirpi di variaghi (o vichinghi) dovrebbe derivare dalla radice in antico norreno roðs o roths usata in ambito nautico con il significato di “gli uomini che remano”, in quanto remare era il principale modo di navigare i fiumi dell’Europa orientale e poteva essere legato all’area costiera svedese di Roslagen o Roden, come era noto nei tempi antichi. Il nome Rus’ avrebbe allora la stessa origine dei nomi usati nelle lingue finlandese ed estone per indicare gli Svedesi, Ruotsi e Rootsi. In seguito la parola Rus’ passò ad indicare non solamente più l’aristocrazia scandinava dell’Europa dell’Est ma tutte le popolazioni che risiedevano nei domini di questa.

Il termine venne introdotto durante l’Alto Medioevo per indicare proprio le popolazioni scandinave che vivevano nelle regioni che attualmente fanno parte di Ucraina, Bielorussia e Russia occidentale. Oggi il territorio storico della Rus’ di Kiev è formato dalla Bielorussia, gran parte dei territori dell’Ucraina, parte dei territori della Russia occidentale, di una piccola parte dell’est della Slovacchia e di una piccola striscia di terra dell’est della Polonia.

La Rus’, il più antico stato degli slavi orientali, con al centro la città di Kiev, apparve per la prima volta tra il IX e il X secolo. Il suo territorio si estendeva dal Mar Baltico al Mar Nero, dal fiume Dnepr al Volga, attraverso la pianura esteuropea. Immerso nelle foreste al confine nordorientale di quella che in seguito sarebbe divenuta l’Europa, il nuovo stato era indissolubilmente legato alla steppa che si apriva verso l’Asia. La pianura esteuropea fa parte di un vasto bassopiano che dai monti Carpazi in Romania si estende oltre la bassa catena degli Urali, attraversa la Siberia occidentale e finisce con l’altipiano della Siberia centrale al di là del fiume Enisej: si tratta di un’immensa distesa, interrotta da pochissimi rilievi, che unisce l’Asia all’Europa. Queste terre sono state chiamate in vari modi, ma in un recente studio David Christian ha dato loro il nome di Eurasia interna: una regione storica a tutti gli effetti, paragonabile alla nostra Europa, o all’India o all’Africa.

La storia più antica di questa regione è fatta di spostamenti e invasioni, del susseguirsi di regni fondati da vari popoli guerrieri: la Rus’ fu solo uno dei tanti nati e caduti nell’Eurasia interna. Nel XIII secolo lo stato della Rus’ infatti, fu sottomesso dall’ultimo e più grande popolo delle nomade delle steppe: i mongoli di Gengis Khan.

Le prime testimonianze scritte sugli slavi li descrivono come guerrieri che nel VI secolo d.C oltrepassarono i Carpazi e si spinsero ad est fino alla Grecia e all’Asia minore. Nel 626 d.C un loro esercito, alleato con gli avari dell’Asia centrale, assediò Costantinopoli. Nel VIII secolo, nell’odierna Europa centrale, trovarono un equilibrio con le vicine tribù germaniche a ovest, formando una solida frontiera slavo-germanica lungo l’Elba e il Saale, e in Boemia.

La Rus’, il primo stato organizzato degli slavi orientali, sorse alla periferia nordorientale della futura terra del Cristianesimo, in seguito Europa, e fu una delle formazioni territoriali che tra IX e il X secolo entrarono a far parte della comunità cristiana.

Secondo li storici russi di scuola eurasiatica fu questa posizione a rendere la cultura russa diversa da quella dei vicini europei: la Russia infatti, è divenuta parte dell’Europa e della sua civiltà a tutti gli effetti soltanto nel secondo millennio d.C. la posizione della Russia nella pianura eurasiatica spiega, inoltre, le enormi dimensioni del paese: la Russia continuò a espandersi fino al XX secolo. Anche dopo il 1991, con la disgregazione dell’Unione Sovietica, la Federazione Russa, Siberia inclusa, continuò ad occupare territorio maggiore di qualsiasi altra nazione: all’incirca 17.075.000 km”. La densità di popolazione media è invece sempre stata bassa rispetto al resto d’Europa e al Nordamerica.

Le terre della Rus’ erano sulla rotta di alcune delle maggiori vie commerciali dell’epoca; il Volga apriva ai mercati del Nordeuropa la via di Baghdad, dell’Arabia e della Cina; Novgorod, una delle città più antiche della Rus’, si arricchì facendo da ponte tra il commercio nordeuropeo e i mercati asiatici. Il contributo russo a questi scambi consisteva principalmente in prodotti della foresta, pellicce, selvaggina, miele, cera e legname, cui più tardi si aggiunsero canapa, lino sego e materiali per le navi. Con la conquista della Siberia cominciò anche l’esplorazione delle sue straordinarie risorse minerarie, ma la ricchezza del sottosuolo siberiano era difficile da sfruttare poiché, oggi come allora, complicata da raggiungere, trasformare e inviare ai centri del commercio e del consumo.

Per la sua epoca la Rus’, che fondava la propria prosperità soprattutto sui traffici a distanza, era abbastanza urbanizzata. La conquista mongola, però, interruppe molte relazioni commerciali e nella Russia moscovita si sviluppò un’economia più chiusa e su base agricola, in cui le città rappresentavano soprattutto centri amministrativi e capisaldi militari.

La nascita della Rus’ di Kiev è rimasto un evento oscuro. Si sa che nel IX secolo le tribù slave della regione erano capeggiate dai membri di una popolazione chiamate rhos o rus’, ma l’origine e l’identità di questi rus’ e il processo storico di cui divennero i capi di una nuova struttura politica centrata su Novgorod e Kiev non sono chiari.

Scritta in diverse fasi tra l’XI e il XII secolo da monaci di Kiev per glorificare la dinastia regnante, la Cornaca degli anni passati ( in russo: Повесть временных лет [Póvest’ vremenných ljet]) è un documento complesso e di difficile interpretazione ma inestimabile poiché si occupa di un periodo storico su cui esistono solo poche fonti. Scritto da Nestor di Pečerska nel primo quarto del XII secolo e riferito agli eventi fra l’850 e il 1100, ha sollevato, tuttavia decise obiezioni ai racconti degli avvenimenti come descritti, ciononostante rimane il più importante documento sulla storia ella RUs’ di Kiev. Negli anni 859-862 infatti, il Cronista annota che le locali tribù slave e finniche, che in precedenza si erano opposte alle richieste di tributi da parte dei rus’, essendo ormai giunte ai ferri corti tra loro, decisero di assoggettarsi volontariamente a quegli stranieri purché facessero da giudici e sovrani. Un racconto che racchiude il classico mito di fondazione, paragonabile alla storia della nascita di Roma ad opera di Romolo e Remo, e che stata proprio una delle critiche più forti che ha ricevuto.

Altre fonti e alcuni reperti archeologici dimostrano che i guerrieri e i mercanti chiamati rhos o rus’ si erano a quel tempo stabiliti nell’Europa nordoccidentale; si è cercato inoltre di identificare il personaggio reale da cui sarebbe nata la figura leggendaria del capo Rjurik, dando il nome alla dinastia russa kieviana e moscovita. I rus’ erano di origine scandinava e giunsero nella regione per commerciare e razziare, attratti dall’argento proveniente dai mercati del mondo arabo. Dall’VIII secolo in poi i norreni scandinavi iniziarono una fase di espansione che li condusse per il mondo a trafficare, razziare ed esplorare. Nell’arco di circa due secoli raggiunsero e colonizzarono il Nordamerica, l’Islanda e la Groenlandia, le isole britanniche, la Spagna, la Sicilia e l’Armenia. Si spinsero poi a est in cerca delle merci asiatiche che trovavano nei mercati dei bulgari del Volga e del khanato dei chazari. Sono rimaste loro tracce anche nei paesi slavi: a quanto risulta, durante il IX secolo questi mercanti armati strinsero con le popolazioni slave e finniche contatti più stretti e in cambio di tributi offrirono protezione dagli attacchi dei nomadi e dei vichinghi rivali, divenendo successivamente principi e governando con il loro seguito su quelle società tribali. Accettando l’invito degli slavi, il Rjurik si stabilì nella città di Novgorod, mentre i suoi fratelli divennero signori nelle città vicine. Quando morì arrivò la reggenza di Oleg, figlio minore di Igor, che intorno al 880 si stabilì a Kiev. Quando Igor fu ucciso da tributari ribelli nel 945 il potere passo nelle mani della vedova Ol’ga (Helga), fino all’ascesa al trono nel 962 del figlio Svjatoslav, il primo sovrano rjurikide con un nome slavo.

Lo Stato della Rus’ di Kiev nasce verso la fine del IX secolo lungo le sponde del fiume Dnepr, come risultato dello stanziamento, avvenuto a partire dal secolo precedente, di alcune tribù vichinghe svedesi, chiamate Rus’, in alcune zone dell’Europa nordorientale abitate da tribù slave, finniche, baltiche. Verso l’anno 880 dei Rus’, capitanati (secondo la Cronaca degli anni passati, principale cronaca russa riferita a quegli anni) da Rjurik, prendono il potere sull’intera zona, spostando il centro della loro attività a Kiev, allora importantissimo centro commerciale sulla via variago-greca.

La successiva storia kievana può essere suddivisa in tre periodi, ciascuno della durata di alcuni decenni o più: il primo, dall’880 al 980, contraddistinto dall’ascesa prepotente dello stato kievano sullo scacchiere esteuropeo del tempo; il secondo, dal 980 al 1054, corrispondente all’incirca ai regni dei principi Vladimir I (detto il Santo o il Grande) e Jaroslav I il Saggio, nella quale la Rus’ raggiunse l’acme della sua potenza; un terzo periodo, che si suole far partire dal 1054, caratterizzato dal lento declino, principalmente a causa dei gravi problemi di successione al trono.

Non esiste una data precisa riguardo alla fine della Rus’ kievana; alcune date importanti sono il 1169, quando il principe Andrej Bogoljubskij, che aveva già trasferito la capitale dello stato a Vladimir, saccheggiò Kiev, e il 1240, quando Kiev venne rasa al suolo dai Tataro-mongoli, che cominciavano in quegli anni il lungo periodo di pesante ingerenza negli affari interni della Rus’.

Il termine Rus’ deriva da una parola di probabile origine finnica che indica un uomo venuto d’oltre mare. Le più antiche testimonianze del nome Rus, ma nella variante Rhos, sono presenti negli Annales Bertiniani, del IX secolo, nel De administrando Imperio e nel De Ceremoniis dell’imperatore bizantino Costantino VII Porfirogenito, il primo scritto intorno al 950 e il secondo a breve distanza, in cui si dà notizia di popolazioni svedesi indicate con il nome di variaghi, una tribù dei quali si dà il nome di Rhos.

L’origine normanna dello stato kievano, quale emerge dagli Annales Bertiniani, fu postulata per la prima volta da alcuni storici tedeschi del XVIII secolo, che si basavano essenzialmente su quanto esposto nella Cronaca degli anni passati; in questo periodo di tempo è stata tuttavia contestata da alcuni storici, prevalentemente russi, che descrivevano la Rus’ di Kiev come uno stato eminentemente slavo.

La Cronaca degli anni passati cita le discordie insorte negli anni fra l’859 e l’862 fra le tribù finniche e slave stanziate nelle regioni intorno ai laghi dei Ciudi, Il’men’ e Beloozero e alcuni gruppi di Variaghi (o Varjaghi), chiamati per l’appunto Rus’ che, provenienti presumibilmente dall’Europa nordoccidentale,[2] si stanziarono nella zona compresa fra il lago Ladoga e il corso dello Dnepr nell’VIII secolo, dando origine a una presunta entità statuale chiamata Khaganato di Rus’; una data certa della loro presenza in Rus’ è l’anno 861, quando arrivarono ad attaccare l’impero bizantino.

Stando alla fonte storica, i Rus’ assoggettarono al tributo queste tribù, che successivamente si ribellarono al loro giogo. Successivamente, la Cronaca degli anni passati narra come, dopo aver scacciato i Rus’, le tribù non riuscirono a governarsi in maniera soddisfacente, a tal punto da arrivare a chiedere ai Rus’ di tornare per amministrarli. Sempre secondo la cronaca, Sineus e Truvor morirono non molto tempo dopo, lasciando Rjurik (chiamato anche Rurik) sovrano di tutta la terra dei Rus’; a lui viene dunque attribuita la fondazione del primo stato organizzato degli Slavi orientali.

Secondo la Cronaca, Rjurik morì nell’879 o nell’882, lasciando il potere a Oleg reggente in nome di suo figlio Igor. Oleg, intorno all’882, prese possesso di Kiev uccidendo Askold e Dir, membri del seguito di Rjurik e leggendari principi della città fin dall’anno 862; Oleg dichiarò la città madre di tutte le città della Rus’, segnando convenzionalmente la nascita dello stato della Rus’ kievana. Va sottolineato che la figura di Rjurik è stata da più parti messa in dubbio in quanto giudicata leggendaria, facendo presente che nessuna fonte kievana precedente alla Cronaca (che è della prima metà del XII secolo) fa cenno di un governante chiamato Rjurik.

Alla morte di Rjurik, quindi all’incirca intorno all’880, il potere passò a Oleg, reggente in nome del presunto figlio di Rjurik, Igor’, che terrà il potere fino al 913.

Oleg, con il sostegno dei suoi seguaci (la sua družina), estese i suoi domini ai danni di alcune tribù slave che vivevano nei pressi, come i drevliani e i poliani; alcune di queste opposero una strenua resistenza, mentre altre vennero sottomesse e sottoposte al tributo più facilmente, o addirittura scelsero esse stesse di pagare tributi a Kiev e allearsi con essa, senza tuttavia riconoscerne la supremazia assoluta. Negli ultimi anni del suo regno, l’esercito della Rus’ tentò addirittura un attacco diretto a Costantinopoli, il primo di una serie piuttosto lunga, che a quanto pare fu coronato da successo tanto da portare ad un vantaggioso accordo commerciale nel 911 che inaugurò le relazioni commerciali tra il giovane principato russo e l’impero bizantino, oltre a consentire la partecipazione della Rus’ alle campagne militari di Bisanzio.

Nei primi decenni di storia della Rus’ il potere statale sulle zone conquistate era piuttosto labile, tanto che parecchi dei primi sovrani dovettero ripetere, in una certa misura, le imprese compiute dai sovrani precedenti. Il successore di Oleg, Igor’, prese il potere nel 913; oltre che nuovamente contro Bisanzio nel 941 ) e nel 943 (con una spedizione in alleanza con i Peceneghi sul Danubio che portò al rinnovo dell’accordo commerciale con Bisanzio l’anno dopo), tornò anche ad affrontare i drevliani (dai quali fu ucciso nel 945). Nei tre decenni del suo governo lo stato della Rus’ si trovò tuttavia ad affrontare anche altri nemici, del tutto nuovi: intorno al 915, secondo la Cronaca degli anni passati, comparvero i temibili nomadi peceneghi, che avrebbero rappresentato una minaccia per parecchi decenni a venire.

Nel 945, ad Igor‘ succedette la sua vedova, Olga, reggente in nome del figlio Svjatoslav ancora in fasce. Il suo regno vide nuovamente combattimenti dei kievani contro i drevliani, oltre ad una politica finalizzata a tenere alta l’autorità di Kiev fra le altre tribù slave orientali. Alcuni anni dopo la sua incoronazione, Olga si convertì al Cristianesimo, senza tuttavia portare alla conversione del suo popolo che rimase fedele ai culti pagani.

Nell’anno 962 ad Ol’ga succedette il figlio Svjatoslav, il primo sovrano della rus’ con un nome slavo; i dieci anni del suo regno (morì nel 972) furono quelli in cui lo stato della Rus’ kievana consolidò la sua struttura e il suo ruolo nell’Europa orientale. La politica espansionistica di Svjatoslav cominciò nel 964, quando intraprese, alla testa del suo esercito, una serie di campagne nelle terre ad est della Rus’: sottomise i vjatiči, una tribù slava orientale precedentemente assoggettata dalla Khazaria, successivamente scese lungo la Oka sottomettendo le popolazioni ugro-finniche della zona (merja, meščëra, murom) e, sempre percorrendo il Volga, raggiunse Bolğar, la capitale della Bulgaria del Volga, saccheggiandola.

L’esercito di Svjatoslav nel 965 decise a questo punto di rivolgere le sue attenzioni alla Khazaria, un potente stato fondato circa tre secoli prima nella zona compresa fra il basso Volga e il mar Nero e che alcuni decenni prima, con il suo ruolo egemone nella regione, creò condizioni di stabilità politica che avrebbero facilitato la crescita della neonata Rus’ di Kiev. Nell’arco di due anni Svjatoslav inferse durissimi colpi allo stato khazaro, mettendone a sacco la capitale Itil’ e prendendo possesso di importanti città e fortezze dal Caucaso alle coste del mar Nero. Queste campagne, coronate da successo, ebbero da un lato il merito di unificare le tribù slave orientali oltre che di assicurarsi il controllo sull’intero corso del Volga, antica e importantissima arteria commerciale che garantiva il collegamento con i paesi rivieraschi del mar Caspio. D’altro canto, però, indebolendo il vicino khazaro, lasciò campo aperto alle orde provenienti dalle steppe centroasiatiche, come i già citati peceneghi che, approfittando delle frontiere poco controllate, lanciarono durissimi attacchi alla Rus’ arrivando addirittura ad assediare Kiev nel 969.

Svjatoslav intraprese, nel 968, un’altra importante campagna militare, diretta questa volta a sudovest: dietro invito dell’imperatore bizantino Niceforo Foca, attaccò i Bulgari stanziati nel bacino del Danubio, sconfiggendoli e facendo prigioniero il loro sovrano Boris II di Bulgaria. I successi militari di quegli anni misero sull’avviso i bizantini, ormai consci della potenza militare dei loro vicini settentrionali; attaccati nei Balcani, i Rus’ reagirono conquistando le città di Filippopoli (l’odierna Plovdiv, in Bulgaria) e minacciando Adrianopoli (odierna Edirne, in Turchia) e Costantinopoli. La reazione dei bizantini, comandati da Giovanni I Zimisce, portò ad alterne vicende belliche, risolte nel 971 in favore dei bizantini che estromisero i Rus’ dai Balcani. Sulla via del ritorno, Svjatoslav trovò la morte ad opera di un piccolo contingente di peceneghi.

Durante le sue lunghe assenze, Svjatoslav, in seguito alla morte della madre Olga nel 969, aveva diviso i compiti di amministrazione dello Stato fra i suoi tre figli: il primogenito Jaropolk ottenne il controllo della zona di Kiev, il secondogenito Oleg venne incaricato di controllare il territorio dei drevliani mentre il terzogenito Vladimir ottenne Novgorod. Alla morte del padre scoppiò una lotta fratricida; vincitore sembrò dapprima Jaropolk, che, caduto in battaglia Oleg, sconfisse Vladimir venendo incoronato principe regnando fino al 980. Vladimir, fuggito all’estero, rientrò dopo alcuni anni, intorno al 980, sconfiggendo il fratello maggiore e diventando nuovo principe di Kiev.

La Rus’ sotto Vladimir vide un’ulteriore stabilizzazione del suo potere e della sua influenza, minata dagli anni di guerra civile fra Vladimir e i suoi fratelli. Conquistò il territorio della tribù baltica degli jatvingi, raggiungendo lo sbocco sul mar Baltico; dalla parte opposta del suo regno, compì numerose spedizioni contro i peceneghi, mentre espanse a sudovest i suoi domini nella Galizia, a danno dei polacchi. Fu solo sotto Vladimir che la Rus’ divenne uno stato realmente unitario, dato che precedentemente era più che altro un’unione (piuttosto labile) di popolazione tributarie. Vladimir fece popolare da coloni russi le zone di recente conquista, costruendo numerose città e fortezze e proteggendo le frontiere; diede, inoltre, una forma definitiva alla rudimentale organizzazione amministrativa abbozzata alcuni decenni prima da sua nonna Olga. Divise il regno della Rus’ fra i suoi figli, responsabilizzandoli riguardo alla riscossione dei tributi e al mantenimento dell’ordine pubblico nel territorio di loro competenza.

La scelta di Vladimir di aderire alla religione cristiana viene descritta nella Cronaca degli anni passati come il risultato di un’accurata ricerca di carattere spirituale e culturale. Vladimir incontrò rappresentanti delle tre maggiori religioni monoteistiche, inviando al contempo delegati presso le loro capitali per ulteriori indagini; gli inviati a Costantinopoli tornarono entusiasti della cristianità bizantina, conquistati dai loro riti e dalle architetture religiose (in particolare la cattedrale di Hagia Sophia), portando così alla scelta di Vladimir. Sembra inoltre che Vladimir abbia rifiutato la religione ebraica perché espressione della fede di un popolo sconfitto e senza stato, mentre quella islamica perché proibiva il consumo di alcol, con le celebri parole «bere è la gioia dei russi».

Fu durante il regno di Vladimir che la Rus’ abbracciò il cristianesimo; quest’atto valse a Vladimir la canonizzazione e l’appellativo di “il santo”. La grande massa del popolo della Rus’ kievana abbracciò la fede cristiana in seguito all’influenza bizantina, all’incirca intorno all’anno 988, anche in considerazione del fatto che tutte le principali popolazioni dell’Europa orientale si erano già convertite al cristianesimo. I rapporti con Bisanzio e con la religione cristiana erano però di più lunga data, anche se prima di quell’anno non arrivarono mai a coinvolgere il popolo ma restarono chiusi entro stretti circoli. Sembra che già nell’867 fosse stata creata una diocesi russa della Chiesa bizantina; risale invece agli anni intorno al 955, come già accennato, la conversione di Olga.

Le motivazioni della conversione alla fede cristiana, nonostante quanto riportato nella Cronaca degli anni passati, appaiono essenzialmente di origine pratico. La Rus’ si trovava all’epoca ad un crocevia di popoli e culture, essendo confinante (o avendo contatti) con i bulgari del Volga musulmani, con i khazari ebrei e con i bizantini cristiani (all’epoca non si era ancora verificata la separazione fra cattolici e ortodossi, datata 1054); la scelta di aderire ad una particolare delle tre confessioni monoteiste aveva importantissime ripercussioni politiche e culturali e, all’epoca, la cristiana Bisanzio era il vicino più potente e prestigioso.

Sembra che la ragione della conversione di Vladimir fosse il desiderio di ottenere la mano della principessa Anna, figlia dell’imperatore Basilio II, da questi promessa in sposa (nel 987) a Vladimir in cambio di un aiuto militare per domare delle rivolte interne. Il matrimonio di Anna con un barbaro pagano sarebbe andato contro le regole del diritto imperiale e Vladimir, desideroso di unirsi in matrimonio con lei, avrebbe organizzato una conversione di massa dei rus’ kievani nelle acque del Dnepr. Lo stato di Kiev divenne una metropoli il cui patriarca veniva designato da Costantinopoli.

La conversione dei Rus’ alla religione cristiana dei bizantini contribuì a far entrare il loro stato nell’orbita del grande impero bizantino, estraniandoli al contempo dall’Occidente che sarebbe successivamente diventato cattolico. Gli anni immediatamente successivi alla conversione furono per lo stato kievano un periodo di grosso avanzamento dal punto di vista artistico e culturale, stimolato dall’apporto dei numerosi greci che si erano stabiliti a Kiev come seguito della principessa Anna. La nuova metropolia adottò come lingua liturgica lo slavo ecclesiastico, scritto in un alfabeto cirillico arcaico derivante dall’alfabeto glagolitico, il cui utilizzo portò due importanti conseguenze: da un lato impedì la diffusione successiva non solo del latino (la lingua della Chiesa di Roma), ma anche del greco del cristianesimo bizantino, ma dall’altro contribuì, nei secoli a venire, ad avvicinare la religione al popolo dal momento che usava la sua stessa lingua, o quanto meno una lingua molto vicina.

La morte di Vladimir I, nel 1015, fece ripiombare lo stato di Kiev nella guerra civile. I contendenti erano i suoi figli, che secondo le usanze si erano visti affidare dal padre regnante diverse zone del paese da amministrare. In un primo momento sembrò prevalere il primogenito Svjatopolk, detto successivamente il Maledetto, che prese il potere approfittando di aiuti polacchi; durante il periodo di guerra civile gli vennero attribuiti molti crimini, fra i quali l’uccisione di tre suoi fratelli (Svjatoslav, Boris e Gleb). Svjatopolk regnò per quattro anni, fino al 1019, anno in cui il fratello minore Jaroslav lo sconfisse riuscendo ad ottenere il potere.

Il regno di Jaroslav, che fu detto il Saggio, durò 35 anni; nonostante venga considerato il periodo in cui lo stato della Rus’ di Kiev raggiunse il suo apogeo, i primi anni furono travagliati, analogamente al passato, da pesanti conflitti interni alla sua famiglia. Uno dei fratelli sopravvissuti alla guerra civile degli anni 1015-1019 fu Mstislav, detto il Valoroso, che successivamente assunse il potere sul principato di Tmutarakan’, situato fra la foce del Kuban’ e il mar Nero; questi continuò tuttavia ad avanzare pretese sul trono kievano, al punto da costringere il fratello ad un accordo, nel 1026:[12] Jaroslav divenne principe di Kiev e dei territori ad ovest dello Dnepr, mentre Mstislav ottenne il dominio sui territori ad est del fiume, con capitale posta a Černigov.

Oltre alle battaglie per il trono, Jaroslav dovette affrontare altri problemi interni, come le periodiche sollevazioni di varie tribù finniche e lituane e una rivolta in chiave religiosa nella zona di Suzdal’, causata da una reviviscenza dei culti pagani praticati prima della conversione al cristianesimo e mai totalmente abbandonati; nell’anno 1031 Jaroslav riannetté alla Rus’ alcuni territori che alcuni anni prima erano passati alla Polonia, in cambio dell’aiuto fornito a Svjatopolk il Maledetto nel periodo della guerra civile del 1015-19. Rimasto solo al trono in seguito alla morte di Mstislav nel 1036, intraprese nel 1037 una fortunata campagna contro i nomadi peceneghi, che, stanziati lungo le coste del mar Nero, non avevano mai smesso di rappresentare un pericolo per Kiev; questi attacchi portarono ad un loro drastico ridimensionamento e ad un periodo di circa venticinque anni di pace e relativa stabilità sul confine con le steppe, almeno fino alla comparsa di altri temibili nomadi, i Cumani o polovcy.

Lo stato kievano raggiunse in questi anni l’apice della sua estensione e della sua importanza politica. La Rus’ si estendeva dai Carpazi a sudovest fino alla confluenza della Oka nel Volga a nordest, toccando a nordovest le coste del mar Baltico; il confine sudorientale correva parallelamente al corso del Volga, mantenendosene non lontano. Durante il suo regno i regnanti kievani mantenevano stretti legami con i membri delle altre dinastie regnanti europee; sposato egli stesso a una principessa svedese, Rogneda di Polock, combinò per tre dei suoi figli matrimoni con le figlie dei regnanti di Francia, Ungheria e Norvegia, mentre due sue sorelle sposarono principi e regnanti polacchi e bizantini. Altri membri della famiglia regnante strinsero rapporti con sovrani e potenti tedeschi, ungheresi e boemi.

Nonostante questi successi in politica estera, grande parte della fama di cui godette Jaroslav il Saggio gli derivò dalle iniziative in politica interna; durante il suo lungo regno la Rus’ di Kiev vide un eccezionale sviluppo della legislazione, dell’arte, dell’architettura e della cultura, oltre che il definitivo affermarsi della religione cristiana. Furono costruite numerosissime chiese in pietra, la più famosa delle quali fu la cattedrale di Santa Sofia a Kiev; ebbe un notevole impulso anche la costruzione di monasteri. Sotto il regno di Jaroslav venne iniziata la compilazione della Russkja Pravda ( in russo:Ру́сская пра́вда, [Russkaja Pravda] giustizia russa), il primo codice di leggi russo; avvalendosi dell’opera di Ilarione, primo metropolita indigeno russo, si procedette inoltre a una riorganizzazione della Chiesa; verso il 1050 venne prodotto il Sermone sulla legge e sulla grazia, uno dei primi esempi di produzione letteraria russa.

La morte di Jaroslav vide, conformemente al diritto consuetudinario slavo (e in contrasto con la Russkaja Pravda appena approvata), la spartizione dello Stato fra i suoi figli: Izjaslav, il maschio più vecchio ancora in vita, si vide assegnato (come da tradizione) il principato di Kiev e quello di Novgorod; Svjatoslav, secondo figlio maschio, fu destinato al governo del principato di Černigov; a Vsevolod, terzo, fu assegnato il territorio di Pereslavl’; il quarto figlio, Vjačeslav, fu destinato a regnare sul principato di Smolensk, mentre all’ultimo figlio, Igor’, Jaroslav diede in eredità il principato di Vladimir-Volynskij.

Le norme codificate nella Russkaja Pravda, però, prevedevano che, alla morte del gran principe di Kiev, il suo posto venisse preso non dal figlio, ma dal fratello di età più vicina a lui, avviando una sorta di rotazione dei vari fratelli fra i troni dei vari principati che componevano la Rus’ di Kiev.

In questo periodo di tempo regnarono su Kiev Izjaslav I, dal 1054 al 1073, tranne che per un breve periodo fra il 1068 e il 1069; Svjatoslav II, per un breve periodo fino al 1076, quando fu spodestato da Izjaslav che si reinstallò sul trono kievano fino al 1078; Vsevolod, dal 1078 al 1093. Questo periodo fu caratterizzato da uno stato di guerra civile quasi permanente, che contribuì a mantenere lo stato di Kiev in un costante stato di instabilità; tale divenne l’entità del problema che i principi decisero di riunirsi per risolvere una volta per tutte il gravissimo problema della successione. L’incontro ebbe luogo nel 1097 nella città di Ljubeč, ed ebbe come risultato l’adozione di norme di successione da padre a figlio, che però non furono regolarmente applicate.

Queste lotte diedero luogo anche a contraccolpi economici. I principi erano talmente occupati a farsi la guerra tra di loro, che i popoli della steppa depredavano tutti i mercanti che andavano e tornavano da Costantinopoli. A partire dalla metà dell’XI secolo, le incursioni di un popolo della steppa, i Cumani (o Polovcy, come sono noti agli storici russi) si fecero sempre più frequenti; si trattava di un’altra stirpe di nomadi provenienti dall’Asia centrale, analogamente ai Peceneghi che assillarono la Rus’ un secolo prima; sostituitisi a questi ultimi nel territorio steppico esteso lungo la costa del mar Nero, assalirono Kiev per la prima volta nel 1061.

In questo periodo di generale indebolimento, lo stato kievano conobbe nuovamente un periodo di relativa unità e potenza sotto il regno di Vladimir II, detto il Monomaco (dal greco, che significa “combatte da solo”), figlio di Vsevolod, salito al potere nel 1113 succedendo a Svjatopolk II. Secondo le cronache, nei dodici anni del suo regno fu quasi sempre impegnato in battaglia; combatté i Bulgari del Volga, i Polacchi e gli Ungari nella regione danubiana, oltre che in Livonia e in Finlandia. Dal punto di vista militare, però, i suoi meriti maggiori gli derivarono dalle aspre battaglie combattute contro i Cumani, che riuscì, seppure parzialmente e temporaneamente, ad arginare.

Lo Stato russo, seppure travagliato, mantenne una certa unità anche sotto il regno di due dei suoi figli, Mstislav I (dal 1125 al 1132) e Jaropolk II (dal 1132 al 1139).

La seconda metà del XII secolo vide invece il definitivo tracollo dello stato kievano unitario. Il titolo di gran principe di Kiev era motivo di sanguinose contese di successione, e lo Stato appariva sempre più diviso nei vari principati che si avviavano verso una sempre maggiore indipendenza. Anche i dati storiografici si fanno meno certi, tanto che di alcuni sovrani si conosce il nome e poco più.

Nel 1169, il principe di Vladimir-Suzdal’ Andrej Bogoljubskij, durante una delle numerose guerre civili, distrusse la città di Kiev ma, una volta ottenuta la vittoria, non si installò sul trono kievano preferendo restare al potere a Vladimir e ponendo a Kiev suo fratello minore; questo atto fu il primo di una serie di segnali della perdita di importanza di Kiev rispetto ad altri centri, cominciata in verità già intorno al 1150.

Dopo il 1169 il metropolita era rimasto a Kiev, mantenendo la sede originaria. Con l’arrivo dei Tataro-mongoli, però, il metropolita Massimo si sposterà anch’egli nella regione di Suzdal’, che quindi diventerà sede anche del potere ecclesiastico, oltre che di quello politico. I vescovi di Kiev, Galizia e Volinia rifiuteranno questa traslazione della sede metropolitana, e nel 1303 eleggeranno un loro metropolita, contrapposto a Massimo, che si stabilirà a Halyč. Il patriarca di Costantinopoli, Atanasio I, non potrà fare altro che accettare questa situazione e, sebbene controvoglia, sancirà la divisione in due metropolie (la metropolia di Kiev-Galizia sarà poi abolita nel 1347).

Le basi dell’economia commerciale kievana furono messe a dura prova dalle incursioni dei Cumani, ricominciate con rinnovato furore nella seconda metà del XII secolo; la violenza e la frequenza degli attacchi fu tale che la via commerciale lungo il corso del Dnepr fu abbandonata. Le ripetute sconfitte dell’esercito della Rus’, sempre più disunito, contro le schiere cumane furono immortalate in uno dei prodotti più famosi della letteratura russa delle origini, il canto della schiera di Igor, datato 1185.

Un altro colpo molto pesante per il commercio della Rus’ arrivò nel 1204, quando Costantinopoli soffrì gravi distruzioni durante la quarta crociata; oltretutto, dopo il 1204, buona parte dei commerci che transitavano da Costantinopoli si era spostata verso l’Italia. Nel 1237, infine, quando la Rus’ era ormai diventata di fatto una federazione di principati pressoché indipendenti (in quell’anno se ne contavano quindici), irruppero sulla scena russa i Tataro-mongoli; la loro incursione su Kiev del 1240, che portò la città a una pressoché completa distruzione, viene tradizionalmente considerata la fine dello Stato della Rus’ di Kiev.

Il declino della Rus’ come stato unitario provocò il sorgere di altri centri di potere locale che erano, a tutti gli effetti, analoghi a stati indipendenti. I ripetuti attacchi dei popoli nomadi della steppa, come i Cumani, avevano provocato, nel corso degli anni, l’esodo di parte della popolazione delle zone sudorientali dello stato (come ad esempio i dintorni di Kiev) verso i territori settentrionali, occidentali e sudoccidentali, che avevano assunto maggiore importanza relativa. Acquisirono particolare peso politico la Galizia e la Volinia a sudovest, il territorio di Novgorod a nordovest e il principato di Vladimir-Suzdal’ nel nordest.

È in questa fase che si può porre l’embrione del processo di differenziazione che porterà alla nascita delle tre etnie slave orientali odierne: ucraini (detti anche ruteni) nella parte sudoccidentale, bielorussi (russi bianchi) nel nordovest e russi (grandi russi) nel nordest. La localizzazione geografica portò i primi due gruppi ad avere, nei secoli successivi, profondi contatti con lituani e polacchi, che mancarono invece del tutto ai grandi russi; questi ultimi ebbero invece relazioni di una certa intensità e durata con popoli asiatici, come i Mongoli, i loro alleati Tatari e, più tardi, le popolazioni autoctone della Siberia.

La tendenza alla parcellizzazione dello stato kievano divenne estrema nei secoli successivi alla sua caduta, soprattutto nelle regioni nordorientali, contraddistinguendo un periodo della storia russa che è stato chiamato periodo degli appannaggi, che in russo, l’origine di questo nome rimanda al termine udel, che indicava la parte di regno che un figlio riceveva alla morte del padre, secondo una tradizione che assimilava il principato (con relativi abitanti) ad un qualunque bene materiale.

Fin dalle sue origini, lo stato kievano ebbe un carattere spiccatamente mercantile; i Rus’, le tribù normanna, erano spinte unicamente dal desiderio di controllare interamente l’importantissima via commerciale “dai normanni ai greci”, cioè il fiume Dnepr, che portava con una certa comodità al mar Nero e a Costantinopoli.

Per lungo tempo la classe dominante variaga dei Rus’ (normanna) restò separata dal resto della società, costituito essenzialmente da tribù slave piuttosto autonome e che, in seguito alle vittorie dei Rus’, venivano, più che incorporate in uno stato, solamente sottoposte a tributi.

Al vertice della società kievana (costituita, nel XII secolo) stava il principe con la sua casata e, a lui sottoposto, il suo seguito, detto družina, distinta, a seconda dell’importanza, in družina maggiore e družina minore; insieme con l’aristocrazia locale, formava una specie di nobiltà, i cui componenti venivano chiamati muži e che, nei secoli successivi, avrebbero costituito un gruppo di grossa influenza sull’economia e sulla politica, i boiari. Al di sotto di questi venivano i ljudi, una sorta di “classe media” dello stato kievano; la classe sociale più numerosa era costituita da contadini liberi chiamati smerdy. Sembra che nella Rus’ kievana delle origini non fosse presente il servaggio, che fece però la sua comparsa in un secondo tempo soprattutto a causa dei debiti contratti da alcuni contadini liberi verso i proprietari. Nonostante questo aumento, comunque, la classe degli agricoltori liberi rappresentò sempre una parte significativa nella società della Rus’ kievana. Alla base della piramide della società kievana stavano infine gli schiavi.

Alla scoperta della Russia: la matrioska, oggetto simbolo della cultura russa

La matrioska (in russo: матрёшка [matrëška]) è l’oggetto simbolo, per eccellenza, della cultura e della tradizione della Russia. Ha tutto in sé, un intero continente: è infatti molto più di un semplice oggetto, è un insegnamento di vita. È il souvenir russo per antonomasia, e simbolo dell’arte popolare del paese.

È un tipico insieme di bambole che si compone di pezzi di diverse dimensioni realizzati in legno, ognuno dei quali riponibile all’interno in un formato più grande. Ogni pezzo, diviso in due parti, è vuoto al suo interno, salvo il più piccolo che si chiama “seme”. La bambola più grande è invece detta “madre”.

La prima matrioska di cui si ha notizia risale alla fine del XIX secolo, un periodo che fu per la Russia importante sotto molteplici aspetti: da quello culturale a quello economico. Nel 1900, all’Esposizione mondiale di Parigi, la matrioska fu premiata e riconosciuta come simbolo della tradizione russa per la sua popolarità in tutto il mondo. Da allora ha rispecchiato nella sua espressione artistica la vita e la storia della Russia.

La nascita della matrioska viene convenzionalmente identificata tra il XIX ed il XX secolo, per mano e idea di Savva Mamontov, fondatore del circolo artistico di Abramcevo. Mamontov era un importante industriale, collezionista e mecenate d’arte, che aveva allestito nella sua tenuta dei laboratori artistici con cui aveva riunito pittori e artigiani dell’arte tradizionale dei contadini russi. Il suo scopo era quello di far rinascere e sviluppare questo genere artistico, e in questo fu supportato dal fratello Anatolij, anch’egli imprenditore, editore e collezionista d’arte russa.

Mamontov allestì contestualmente anche un laboratorio-negozio (“L’educazione infantile”) in cui venivano creati dei giocattoli per bambini, in particolare bambole etnografiche (almeno come tali verrebbero definite oggi) ovvero vestite con i costumi tradizionali regionali, ognuno diverso a seconda del villaggio di provenienza. Importò anche molti giocattoli da ogni parte del mondo, ma a colpirlo fu un pezzo in legno importato dall’isola giapponese di Honshū e raffigurante un personaggio del buddhismo, il vecchio saggio Fukurokuju, che conteneva al suo interno altre quattro figurine.

I giapponesi sostenevano che la prima di quelle figure fosse stata creata da un monaco russo. Fu questo fatto, pare, a suggerire l’idea della realizzazione della prima matrioska. Il prototipo giapponese della matrioška potrebbe a sua volta derivare dalla tradizione delle scatole cinesi.

La prima bambola di legno composta da otto pezzi venne costruita nei primi del Novecento dal mastro Vasilij Petrovič Zvëzdočkin e colorata dall’illustratore di libri per l’infanzia Sergej Vasil’evič Maljutin, profondo conoscitore dell’arte popolare dei villaggi russi, il quale rappresentò la bambola con il vestito tradizionale locale, chiamandola Matrena (dal latino mater, “madre”). Si può considerare, quindi, che matrioska sia un diminutivo di matrena ovvero “matrona” e che rappresenti simbolicamente la figura materna e la generosità ad essa correlata, in cui si identifica spesso – anche nella cultura occidentale – nella fertilità della terra. Le otto piccole bambole che componevano la prima matrioska rappresentavano, in ordine di grandezza, una madre, una ragazza, un ragazzo, una bambina ecc., fino all’ultima figura, quella di un neonato in fasce, o appena nato.

Per molto tempo il procedimento per realizzare la matrioska è stato mantenuto segreto per evitare i plagi. La creazione della matrioska richiede una lavorazione del legno molto attenta e precisa. Il legno che viene scelto e che può rimanere accatastato a lungo deve essere ben controllato perché non deve marcire. La prima parte della matrioska ad essere realizzata è la più piccola, cioè l’ultima bambolina più interna che non si può più dividere. Una volta creato il pezzo più piccolo si realizza il successivo, leggermente più grande in modo che possa contenere il precedente e così via. Una matrioska è composta da un minimo di 3 bambole fino ad un massimo di 60. Terminata questa fase preparatoria, si passa alla realizzazione artistica utilizzando colori a tempera o acrilici, ed in alcuni casi rivestendo parti della matrioska con foglia d’oro o altri materiali per impreziosire l’opera.

Al termine per proteggere il dipinto vengono stesi diversi strati di laccatura che oltre a proteggerlo dalla luce, dalla polvere e dalle impronte, gli donano un bellissimo effetto di trasparenza e lucentezza. Questo ultimo passaggio di laccatura a volte non viene eseguito e le ragioni possono essere dal semplice risparmio economico del materiale e della lavorazione, ad una scelta specifica dell’artista. In questo caso la matrioska apparirà opaca e con colori meno brillanti.

La parola matrioska ha un collegamento con la parola latina mater. Matrioska è una parola russa utilizzata come diminutivo del nome Matrena, letteralmente ‘matrona’, come capofamiglia femminile in una società matriarcale. La matrioska rappresenta simbolicamente la figura materna e la generosità ad essa correlata con un collegamento alla fertilità della terra e della donna. La bambola è di legno, in passato veniva chiamata baba, ovvero ‘contadina’, e come tradizione vuole, ha veramente le fattezze di una contadina russa florida, disegnata con una grossa gonnella coloratissima e fazzoletto in testa. Questa bambola, cava, nasconde un segreto al suo interno, perchè è in realtà un contenitore per altre bamboline, simili nelle fattezze alla bambola ‘madre’, ma di dimensione più piccole.

Le otto piccole bambole che componevano la prima matrioska rappresentavano, in ordine di grandezza, una madre, una ragazza, un ragazzo, una bambina, un bambino fino all’ultima figura, quella di un neonato in fasce.

La matrioska nasce come la raffigurazione di una variopinta contadina russa, dipinta con colori sgargianti e agghindata con abiti tradizionali, con la testa coperta da un fazzoletto a fiori. Nella matrioska tradizionale erano contenute cinque contadinelle, un ragazzo, un bambino e un neonato, con evidente riferimento alla maternità e alla fecondità generatrice.

Nel corso del tempo i personaggi rappresentati dalle matrioske sono rimasti identici nel caso della matrioska classica ma sono cambiati se prendiamo in considerazione le numerose varianti sul tema. Ad esempio alcune matrioske sono state realizzate per rappresentare personaggi delle favole o protagonisti dei grandi romanzi russi. Le matrioske sono state utilizzate anche come rappresentazione di personaggi politici sia in contesti dal tema storico sia in senso ironico, con matrioske che ad esempio hanno le fattezze di politici come Stalin, Lenin e Putin.

Un’interpretazione interessante del significato simbolico della matrioska la troviamo nella commedia Trois et Une di Demys Aniel, dove si dice che in ogni donna sono contenute tante donne diverse, ognuna con la propria personalità, una dentro l’altra proprio come nelle famose bambole russe. Il simbolo della matrioska è stato inoltre associato alle caratteristiche variegate dell’Unione Sovietica che si districava tra paesaggi rurali e tecnologia, tra vita in campagna e viaggi nello spazio.

Alla figura della matrioska sono stati associati anche dei riferimenti all’uso del linguaggio e alla letteratura, con esempi come le tecniche del ‘racconto nel raccontò’ per la costruzione di un testo e della ‘figura nella figura’ per quanto riguarda le opere d’arte. Si parla di matrioska anche per fare riferimento ad un testo composto da più livelli che interagiscono tra loro, come ha spiegato Dino Buzzati in “Una bambola russa”.

Ricorre spesso nella letteratura italiana e non la figura della matrioska ancora una volta per indicare una donna dalle mille personalità.

Nella cultura russa la matrioska viene utilizzata anche per rappresentare le dinamiche delle famiglie molto numerose, tra nonne, bisnonne, zii, nipoti e pronipoti. In particolare la matrioska è il simbolo della matrona russa come donna forte che è in grado di tenere le fila di tutta la famiglia. Questa matrona all’interno della famiglia di riferimento può essere una nonna, detta ‘babushka”.

Possiamo inoltre vedere la matrioska come una donna che ha dato alla luce molti figli. La sua forma tondeggiante ricorda quella di un uovo, tipico simbolo della fertilità nella cultura popolare e anche della riproduzione, sin dai tempi più antichi.

Tra i vari significati ad essa attribuiti, la matrioska inoltre è un modo per dominare lo spazio, perché contraddice il fatto che uno stesso luogo non possa essere occupato da più di un oggetto.

La matrioska mostra al mondo l’infinito che è in sé, i suoi innumerevoli “strati” di interiorità che cela nel suo Essere. Incarna tipicamente il femminile, il grembo, il ventre gravido, la donna che partorisce se stessa in un andamento rigenerativo, portando alla luce le numerose “figlie” che ha dentro.

In generale le matrioske tendono a commemorare la famiglia russa numerosa come base della società tradizionale o la storia politica del passato del Paese.

In Russia chi desidera una matrioska personalizzata può far raffigurare sulla popolare bambola se stesso e la propria famiglia.

Si scrive Vodka si legge Russia: storia, cultura e curiosità del distillato più amato dai russi

La vodka o wodka (in russo: водка, [ vodka]) è un distillato la cui paternità è contesa tra Russia e Polonia. Gli studiosi discutono ancora sull’origine della vodka a causa del poco materiale disponibile. Per molti secoli, le bevande differirono in modo significativo rispetto alla vodka di oggi, poiché lo spirito a quel tempo aveva un sapore, un colore e un odore diversi ed era originariamente usato come medicina. Conteneva poco alcool, un massimo stimato di circa il 14%. L’ancora, che consentiva la distillazione, una maggiore purezza e una maggiore gradazione alcolica, fu inventata nell’VIII secolo.

La cosa certa è che in Russia, la vodka, rappresenta molto di più che una semplice bevanda: nata da una storia travagliata, la bevanda alcolica è diventata una vera e propria tradizione che comprende regole di comportamento per il suo consumo e un vero e proprio galateo.

Limpida e trasparente come l’acqua, la vodka accompagna le tavole russe da secoli e, ancora oggi, nonostante sia diminuito il suo uso rispetto al passato, i dati evidenziano un consumo medio pro capite annuo di alcool intorno agli 11,7 litri, attestando i russi ai primi posti della classifica europea. Un risultato non indifferente che necessita di un passo indietro per comprendere in che modo la vodka sia entrata a far parte della quotidianità del popolo russo.

Anzitutto c’è da dire che la vodka è una bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione e successiva distillazione di alcuni cereali o patate. Una ricetta piuttosto semplice e, per questo, oggetto di disputa sulla sua origine, tanto che anche per i russi stessi la sua nascita è misteriosa.

La tradizione vuole che sia merito di Dmitrij Mendeleev, l’inventore della tavola periodica degli elementi, la definizione delle norme tecniche per la produzione della vodka, fissandone la gradazione a 40°. Certo è che la vodka originale fa la sua apparizione molto prima, nella Russia zarista del XV e XVI secolo, quando gli scienziati russi sperimentano una nuova bevanda alcolica ispirandosi all’acquavite italiana. La parola vodka  infatti, in varie lingue slave, è il diminutivo dei termini corrispondenti all’italiano acqua: in russo вода (voda), o in polacco woda, in analogia con l’italiano acquavite che, similmente, designa una bevanda che ha l’aspetto limpido e trasparente dell’acqua. La parola appare come traccia scritta, per la prima volta in Polonia nel 1405 in un registro di Sandomierz (all’epoca sede del Governo). Probabilmente si è voluto indicare con il nome di acquetta (con ironico eufemismo) un distillato leggero e pulito nel gusto, ma non certo nel grado alcolico, giacché alcune qualità di Vodka superano agevolmente anche il 50% di alcol; è da notare infatti che la vodka viene chiamata, nelle località dove si presume sia nata, con parole la cui radice significa “bruciare”, per esempio in polacco: gorzałka.

Visto il successo e compreso il potenziale economico legato al commercio dell’alcolico, presto viene emanato da parte dell’imperatrice Elisabetta un decreto per regolamentarne la produzione, vietando ai contadini e ai ceti più poveri di arricchirsi. Come conseguenza, si diffondono le distillerie abusive e, per contrastare la tendenza, già nell’Ottocento lo Stato decide di imporre il proprio monopolio, rendendo il commercio di vodka una delle principali entrate economiche della Russia. Così, in un attimo, si arriva al giorno d’oggi, dove il settore della produzione della bevanda nazionale è privatizzato e prevede la libera concorrenza.

Nel 1520, nella sola Danzica in Polonia operavano già sessanta di distillerie ufficiali, senza contare quelle clandestine. In Russia, nel 1649, lo zar Alessio promulgò un codice imperiale per la produzione della vodka; e all’inizio del XVIII secolo i nobili proprietari terrieri avevano l’autorizzazione per detenere un alambicco per piccole produzioni di consumo privato. Qui il termine vodka (con significato moderno) venne scritto in un documento ufficiale risalente al regno dell’imperatrice Caterina II; il decreto, datato 8 giugno 1751, regolava la proprietà di alcune distillerie di vodka. Un’altra possibile origine del termine può essere trovata nelle cronache di Novgorod, dell’anno 1533, dove il termine “vodka” è stato utilizzato nel contesto di tinture alcoliche.

La vodka fu poi diffusa in Europa da Napoleone. Egli ebbe modo di conoscere il distillato durante la campagna di Russia nel 1812, cui fece seguito la disastrosa ritirata. Per scaldare le sue truppe, rimaste senza alcolici e cibo a causa dell’eccessivo allungamento della catena degli approvvigionamenti, razziò ingenti quantità di vodka quale rimedio all’attacco del nemico più temibile: il freddo del Generale Inverno. Ma la diffusione massiccia del distillato in Europa la si avrà dopo la Rivoluzione russa del 1917, con la presa del potere da parte dei bolscevichi di Lenin.

Nel 1386, gli ambasciatori genovesi portarono la prima aqua vitae (“l’acqua della vita”) a Mosca e la presentarono al Granduca Dmitry Donskoy . Il liquido ottenuto dalla distillazione di uva mosto è stato pensato per essere un concentrato e uno “spirito” di vino ( spiritus vini in latino), da dove è venuto il nome di questa sostanza in molte lingue europee (come l’inglese lo spirito , o russo спирт , [spirt] ).

Secondo una leggenda, intorno al 1430, un monaco di nome Isidoro del monastero di Chudov all’interno del Cremlino di Mosca preparò la prima vodka russa. Avendo una conoscenza speciale e dispositivi di distillazione, è diventato il creatore di un nuovo tipo di bevanda alcolica di qualità superiore. Questo “vino da pane”, com’era inizialmente noto, fu a lungo prodotto esclusivamente nel Granducato di Mosca e in nessun altro principato di Russia (questa situazione persistette fino all’era della produzione industriale). Pertanto, questa bevanda era strettamente associata a Mosca.

Fino alla metà del 18 ° secolo, la bevanda rimaneva relativamente bassa nella gradazione alcolica, non superiore al 40%. Sono stati registrati più termini per la bevanda, a volte riflettendo diversi livelli di qualità, concentrazione di alcol, filtraggio e numero di distillazioni; più comunemente, è stato indicato come “vino che brucia”, “pane vino”, o addirittura in alcuni luoghi semplicemente “vino”. In alcune località, il vino d’uva potrebbe essere stato così costoso che era una bevanda solo per gli aristocratici. Il vino che bruciava era di solito diluito con acqua al 24%o meno prima di bere. Fu venduto principalmente nelle taverne ed era piuttosto costoso. Allo stesso tempo, la parola vodka era già in uso, ma descriveva tinture di erbe, contenente fino al 75% di alcool, e fabbricato per scopi medicinali.

Il primo uso scritto della parola vodka in un documento ufficiale russo nel suo significato moderno è datato dal decreto dell’imperatrice Elisabetta dell’8 giugno 1751, che regolava la proprietà delle distillerie di vodka. Nel 1860, a causa della politica governativa di promozione del consumo di vodka prodotta dallo stato, divenne la bevanda preferita di molti russi. Nel 1863, il monopolio del governo sulla produzione di vodka fu abrogato, facendo precipitare i prezzi e rendendo la vodka disponibile anche per i cittadini a basso reddito. Le tasse sulla vodka sono diventate un elemento chiave delle finanze del governo nella Russia zarista, fornendo a volte fino al 40% delle entrate statali.

Nel 1911 la vodka rappresentava l’89% di tutto l’alcool consumato in Russia. Questo livello è leggermente fluttuato nel corso del XX secolo, ma è rimasto piuttosto elevato in ogni momento. Le stime più recenti lo indicano al 70% (2001). Oggi, alcuni famosi produttori o marchi di vodka russi sono (tra gli altri) Stolichnaya e Russian Standard.

Alla fine degli anni ’70, l’autore culinario russo William Pokhlebkin compilò una storia della produzione di vodka in Russia, come parte del caso sovietico in una disputa commerciale; questo è stato successivamente pubblicato come A History of Vodka . Pokhlebkin ha affermato che, sebbene ci siano molte pubblicazioni sulla storia del consumo e della distribuzione della vodka, praticamente nulla era stato scritto sulla produzione di vodka.

 Una delle sue affermazioni era che la parola “vodka” era usata nel discorso popolare in Russia molto prima della metà del 18 ° secolo, ma la parola non apparve in stampa fino al 1860. Le fonti di Pokhlebkin sono state sfidate da David Christian nella Slavic Reviewnel 1994. Christian ha criticato la mancanza di riferimenti validi nelle opere di Pokhlebkin affermando che il suo lavoro ha un evidente pregiudizio filo-russo. Pokhlebkin è anche noto per le sue simpatie pan-slave sotto la guida della Russia e per i sentimenti che, secondo David Christian, screditano la maggior parte del suo lavoro, in particolare la sua Storia della Vodka.

In età contemporanea soprattutto in Russia ma anche in Polonia sono migliaia le distillerie che producono questa bevanda. Si produce un’ottima vodka anche in quasi tutti i paesi del Nord Europa, i quali ne sono anche ottimi consumatori, con tradizioni che si tramandano da secoli. Nell’Europa Occidentale e nel Nord America la diffusione su larga scala ha invece una storia più recente. Essa raramente veniva bevuta al di fuori dell’Europa orientale prima del 1950 ma la sua popolarità fu estesa anche al Nuovo Mondo in seguito al dopoguerra francese. Nel 1975, negli Stati Uniti d’America, sorpassò le vendite del bourbon whiskey, fino ad allora il liquore più bevuto dalla popolazione americana. Anche se la vodka non appartiene alla cultura italiana, in questi ultimi anni è aumentata nel paese sia la produzione che il consumo della bevanda. Si può quindi ormai definire la vodka una bevanda conosciuta e prodotta su scala mondiale.

Una storia travagliata, ma con una costante: alla vodka, i russi, non hanno mai rinunciato, tanto che ancora oggi esiste un rigido e ben strutturato galateo che la riguarda. Se infatti siete abituati alla vodka che viene servita al bancone dei nostri bar come base per i cocktail, siete ben lontani da quella originale. Vodka significa condivisione. Vodka è brindare in compagnia. Vodka è scandire i ritmi del pasto con un entusiasmo sempre crescente. Il consumo della bevanda alcolica non si limita quindi al sorseggiarla, ma comprende tutta una serie di usanze che rendono il consumo di vodka un vero e proprio rituale. La tradizione prevede che vada servita molto fredda e debba essere bevuta tutta d’un sorso, accompagnandola con piccoli spuntini che aiutino a riempire lo stomaco: dal pane nero, alle aringhe, ai cetriolini sotto aceto, alle olive.

Il primo bicchiere, quello del “benvenuto“, va consumato a stomaco vuoto e – a seguire – si incomincia a vuotare la bottiglia con un brindisi dopo l’altro, ognuno destinato a un’occasione specifica. È consuetudine introdurre il battito dei bicchieri da un breve aneddoto da cui trarre una conclusione ironica e paradossale in occasione della quale si propone di brindare. Ma attenzione a non fare l’errore di intervallare la vodka con l’acqua, altrimenti il rischio è quello di ubriacarsi.

preparatevi quindi a organizzare una tipica cena russa accompagnata dalla vodka, consapevoli del fatto che – probabilmente – dovrete chiedere ospitalità per la notte!

Narra una leggenda russa, che i cavalieri cosacchi durante un attacco, si trovarono di fronte ad un lago che ne ostacolava il passaggio. Il rapido dileguarsi del nemico impediva la perdita di tempo nella costruzione di un pontone. Il pop che accompagnava il reggimento cosacco, benedisse allora l’acqua del lago trasformandola in vodka così che cavalli e cavalieri poterono berla e passare dall’altra sponda.

Un luogo comune molto diffuso è quello di attribuire alla vodka una aura di purezza, come se fosse il più puro degli alcolici, dovuta presumibilmente al suo aspetto limpido e cristallino.

на здоровье! [Na zdorovye], alla salute!

l’arte della danza: storia e sviluppo del balletto russo

Il balletto russo (in russo: Русский балет [russky balet]) è una forma di balletto che nasce in Russia. Le sue origini risalgono al 1738 quando un maestro francese aprì una scuola a San Pietroburgo per insegnare ai figli del personale di palazzo. La Scuola imperiale di balletto, come venne denominata, fiorì intorno al un gruppo di insegnanti stranieri, il maggiore dei quali fu Marius Pepita.

Già nel 1762, quando Caterina La Grande sale al trono, la cerimonia per l’incoronazione venne animata da uno spettacolo di danza con oltre quattromila ballerini coinvolti. All’imperatrice si deve quindi il merito di aver contribuito a diffondere il balletto in Russia, chiamando a sé i migliori maestri di danza di tutto il mondo per insegnare nell’Accademia di San Pietroburgo.

Fino al 1689 infatti, il balletto in Russia era pressoché inesistente. Il controllo zarista e l’isolazionismo in Russia non avevano permesso che una scarsa influenza dall’Occidente. Fu solo con l’ascesa di Pietro il Grande che la società russa si aprì all’Occidente. San Pietroburgo sorse per abbracciarne la cultura e competere contro l’isolazionismo di Mosca. La sua visione era di sfidare l’Occidente. Il balletto classico entrò nel regno della Russia non come intrattenimento, ma come “standard di comportamento fisico da emulare e interiorizzare – un modo di comportarsi idealizzato”; l’obiettivo non era quello di intrattenere le masse, ma di educare il nuovo popolo russo. L’imperatrice Anna era dedita a divertimenti ostentati (balli, fuochi d’artificio, quadri) e nell’estate del 1734 ordinò la nomina di Jean-Baptiste Landé come maestro di ballo nell’accademia militare che aveva fondato nel 1731 per i figli della nobiltà. Nel 1738 Landé divenne maestro di balletto e direttore della nuova scuola di danza, lanciando lo studio del balletto professionale e ottenendo il patrocinio delle famiglie d’élite.

All’inizio del XIX secolo poi, i teatri erano aperti a chiunque potesse permettersi un biglietto: una sezione di posti a sedere chiamata rayok, ovvero “galleria del paradiso”, dotata di semplici panche di legno, consentiva alle persone non abbienti di accedere al balletto, poiché i biglietti in questa sezione erano poco costosi.

Un autore descrive il balletto imperiale come “diverso da quello di qualsiasi altro paese al mondo”, le più prestigiose tra le compagnie di balletto infatti, erano quelle collegate ai teatri patrocinati dallo stato. I direttori di queste compagnie venivano nominati personalmente dallo zar e tutti i ballerini erano, in un certo senso, servi imperiali. Nel teatro gli uomini del pubblico rimanevano sempre in piedi finché lo zar non entrava nel suo palco e, per rispetto, dopo la rappresentazione rimanevano al loro posto fino a che non se ne era andato. Le chiamate alla ribalta erano organizzate secondo uno schema rigoroso: prima la ballerina si inchinava al palco dello zar, poi a quella del direttore del teatro e infine al pubblico generale.

È però nel 1900 che il balletto russo andò oltre i suoi confini per arrivare in Francia. Nel 1903 Ivan Clustine, ballerino e coreografo russo che aveva iniziato la sua carriera al Teatro Bolshoi, fu nominato Maître de ballet all’Opera di Parigi. L’assunzione di Clustine scatenò una frenesia di domande sulla sua nazionalità ed i suoi programmi coreografici: “La sua assunzione fu considerata come un tentativo diretto dell’Opera di imitare la compagnia russa; anche lui ci pensava molto, asserendo, non senza sconforto, che l’ispirazione veniva troppo spesso dal nord: “Una rivoluzione! Un metodo che le persone spesso applicano nel paese degli zar.” Clustine, pur riconoscendo la sua nazionalità con orgoglio, non nutriva nessuna delle intenzioni rivoluzionarie che alcuni ritenevano un’inevitabile conseguenza dell’essere russi.

I parigini, pur negando l’adozione della troupe russa arretrata, avevano una chiara influenza russa nel loro teatro. “Nonostante le proteste di Clustine, diverse caratteristiche dei balletti post-1909 dell’Opera, insieme alle sue convenzioni istituzionali e alla politica del balletto, sembravano tradire un’influenza russa.” Lo stigma della brutalità e della forza russa fu applicato anche a Parigi. Mentre il loro stile non era solo accettato a Parigi, ma implementato nei teatri di Parigi, i Ballets Russes erano ancora considerati pericolosi, anche nel teatro dello spettacolo. “I Ballets Russes, alla base, erano diventati una metafora dell’invasione, una forza eterna che avrebbe potuto inghiottire e controllare, potevano penetrare nella membrana della società francese, della cultura e persino dell’arte stessa.” L’abbraccio del balletto russo nella società parigina divenne un punto di contesa e il nazionalismo francese entrò in collisione con la determinazione russa. Sorsero degli interrogativi sull’intenzione russa nei teatri di Parigi sotto il titolo di “politica culturale”, tra cui “la delimitazione dei confini, la conservazione dell’identità e la natura degli impegni relazionali”. La Russia era incapace di portare semplicemente la cultura russa in Occidente, ma creò una paranoia di intenzioni ovunque andassero. All’inizio, la relazione tra la Russia e la Francia attraverso le arti era una testimonianza delle loro alleanze politiche. “I critici francesi hanno riconosciuto un retaggio coreografico condiviso: il balletto francese era emigrato in Russia nel diciannovesimo secolo, per poi tornare, decenni dopo, sotto le spoglie dei Ballets Russes. La compagnia, quindi, ormeggiata in una storia che intrecciava entrambe le nazioni, non aveva solo contribuito a un programma culturale di scambio. I Ballets Russes erano una testimonianza della cooperazione franco-russa, della buona volontà e del sostegno; rappresentavano “un nuovo ordine di alleanza” (un ulteriore rafforzamento dell’alleanza). “Tuttavia, la relazione ebbe una svolta negativa quando sorse il duplice rapporto all’interno dell’alleanza. Mentre la Russia continuava a prendere in prestito denaro dalle banche francesi, “i russi non erano più interessati a sostenere la cultura francese e la politica coloniale”. Questa duplicità alimentò la paranoia e la mancanza di fiducia che vediamo nella relazione riguardante le arti. La stampa parigina parlava dei Ballets Russes sia in termini di “incanto”, “bouleversement” e “fantaisie”. Eppure invocavano anche metafore di invasione, descrivendo la presenza parigina della compagnia in termini di “assaut” e “conquista”. “La relazione a due facce può essere vista in questa espressione sia di estasi che di contesa. Un giornalista francese, Maurice Lefevre, invitò i suoi colleghi parigini a vedere la realtà dell’invasione russa come se fosse un’infestazione: dobbiamo fare un po’ di ricerca dell’anima e chiedere se i nostri ospiti non stanno per diventare i nostri padroni”. Insinuare che la Russia stava per conquistare la Francia attraverso le arti dello spettacolo sembra essere irrazionale, ma le prove suggerivano che i timori erano reali tra i parigini.

Dopo la Rivoluzione del 1905 la reazione al classicismo provocò una serie di defezioni dai teatri imperiali a favore di nuove compagnie private come i Ballets Russes. Questo spreco di talenti aumentò dopo l’ascesa dei bolscevichi nel 1917 e molti artisti scelsero di emigrare. Nella Russia sovietica solo la prima ballerina Agrippina Vaganova rimase a formare la nuova generazione di danzatori.

L’avvento della compagnia dei Balletti Russi determina il momento della rinascita della danza nel Novecento. Il suo debutto, il 18 maggio 1909 al Théâtre du Châtelet di Parigi, fu un vero e proprio avvenimento, tanto che la danza si divide in due periodi: prima e dopo i Balletti Russi.

Sergej Djagilev, carismatico impresario della compagnia, era un uomo intraprendente, un organizzatore geniale, appassionato dell’arte in generale ed in particolare della musica e del balletto.

Concepiti come la sintesi vivente di tre arti: musica danza e pittura, i Balletti Russi non potevano non sorprendere per la loro innovazione rispetto ai canoni classici della danza. Senza nulla perdere della sua estetica, la danza, staccandosi dai virtuosismi, mirava a nuove forme in cui l’espressione vinceva sul semplice desiderio di divertire. Accanto alla prima ballerina, che fino ad allora era stata la vera protagonista dello spettacolo, venne riabilitato il danzatore. Ridotto fino a quel momento a non essere altro che un discreto ausiliario, anche il corpo di ballo assunse un’importanza ed un’ampiezza sconosciute.

Mirabilmente regolate da Mikhail Fokin, le scene di massa – esemplari in tal senso le Danze polovesiane – catturarono l’attenzione del pubblico quanto i più sorprendenti virtuosismi dei ballerini.

Il tratto dominante dei Balletti Russi fu la stretta collaborazione tra coreografo, musicista e scenografo. Il risultato collettivo sorpassa di molto la somma dei talenti individuali che lo compongono.

Il primo periodo dei Balletti Russi, il periodo propriamente ‘russo’, fu eccezionale. L’Oiseau de feu, che rivelò un giovane compositore di nome Igor Stravinsky e Shéhérazade, il cui Oriente leggendario stupì gli spettatori, furono i due grandi eventi della stagione del 1910. Quella successiva fu ancora più stupefacente. Due fra i balletti più esaltanti di Mikhail Fokin fecero la loro apparizione: Petruška e Le spectre de la rose.

La stagione del 1912 passò alla storia per la nascita di un altro capolavoro che suscitò un grande scandalo: l’Après-midi d’un faune, coreografato ed interpretato da un inimitabile Vaslav Nijinsky, il cui scandalo però dovette risultare minore se confrontato con quello cui andò incontro l’anno successivo Le Sacre du Printemps forse, più che per le innovazioni coreografiche dello stesso Nijinsky, per la violenza della musica di Stravinsky. La sera della prima rappresentazione, il 29 maggio 1913, la bagarre fu tale da superare ogni immaginazione: fischi ed ingiurie accompagnarono lo spettacolo.

Meno proficua fu invece l’ultima stagione prima della guerra, in cui tuttavia si segnalò il ritorno di Mikhail Fokin, dopo la rottura per la preferenza accordata da Sergej Djagilev al pupillo Vaslav Nijinsky, nonché l’apparizione di un nuovo astro nascente di nome Léonide Massine.

La guerra disperse la compagnia. Con fatica Djagilev riuscì a riunire gli elementi necessari per una stagione a New York. Più tardi, in Spagna e in Portogallo conobbe giorni piuttosto amari. Tuttavia, i soggiorni prima in Italia e poi in Spagna influirono sulla sua ispirazione. Dopo la Russia leggendaria, dopo il fastoso Oriente, i paesi mediterranei agirono in modo assai fecondo su molti artisti dei Balletti Russi. Tagliati i rapporti con la madre patria in seguito alla Rivoluzione russa, la compagnia aveva nel frattempo trovato a Parigi il suo centro di gravità. E’ anche per questo che Djagilev chiamerà a collaborare sempre più frequentemente nomi nuovi. Fra i giovani musicisti: Darius Milhaud, Francis Poulenc, Maurice Ravel ed Erik Satie. Quanto agli scenografi appaiono i nomi di Pablo Picasso, Giorgio De Chirico, Giacomo Balla.

Djagilev sente che una riforma, se vuole agire in profondità, deve coinvolgere tutte le forze nuove che operano in Europa. I tempi stavano cambiando, lo slancio e lo smalto non somigliavano più a quelli delle prime stagioni, cominciò a pesare una certa disaffezione del pubblico, dovuta agli avvenimenti sociali e politici e si aggiunsero anche le difficoltà finanziarie.

La compagnia, anche se nacquero altri capolavori, non fu più in grado di offrire i brillantissimi risultati d’un tempo, forse anche perché i programmi finirono col risultare troppo eclettici. Tuttavia, il bilancio di questo secondo periodo non fu totalmente negativo. A partire da Parade (1917) si disegna il nuovo orientamento di Djagilev proiettato verso un’arte di rottura. Il celebre balletto parodistico di Léonide Massine provocò l’ennesimo scandalo anche se non della portata de Le Sacre du Printemps.

Sarà proprio George Balanchine, ormai orientato verso la coreografia, a firmare gli ultimi balletti della grande stagione dei Balletti Russi: Apollon Musagète e Le fils prodigue. Anche se non furono compresi fino in fondo, sono autentici capolavori che chiuderanno una gloriosa avventura aprendo nuovi scenari.

Rasputin: il monaco visionario alla corte degli Zar

«Nonostante i miei peccati – che sono spaventosi – io sono un Cristo in miniatura, un piccolo Cristo, come se ne vede nelle icone».

Con questa sua citazione, vi parlerò oggi di un personaggio tanto amato quanto discusso e controverso della storia russa.

Grigorij Efimovič Rasputin (in russo: Григо́рий Ефи́мович Распу́тин), nasce a Pokrovskoe, perduto paesino della Siberia, situato nella provincia di Tobol’sk vicino ai monti Urali il 21 gennaio 1869 (per il calendario giuliano 9 gennaio 1869). È stato un mistico russo, consigliere privato dei Romanov e figura molto influente su Nicola II di Russia, in particolare dopo l’agosto 1915, quando lo zar prese il comando dell’esercito nella prima Guerra mondiale. Vi sono diverse incertezze su molti aspetti della vita di Rasputin: è tuttora sinonimo di potenza, dissolutezza e lussuria, mentre a suo tempo la sua presenza ebbe un ruolo significativo nella crescente impopolarità della coppia imperiale. Fino alla morte, si mantenne fedele a Nicola II e ad Aleksandra, avendo sempre avuto fede cieca nel principio dell’assolutismo su cui si basava il trono di Russia.

Grisha – così lo chiamavano in famiglia – trascorre l’infanzia e l’adolescenza nel suo piccolo mondo rurale senza istruzione, lavorando nei campi assieme al fratello Misha. Dopo una lunga malattia il fratello morì; Rasputin ancora adolescente durante un attacco di febbre ebbe una visione: racconterà di aver visto la Madonna che parlandogli l’avrebbe guarito. Da questo episodio iniziò ad avvicinarsi alla religione e agli Starec.

Era un bambino turbolento, e si trasformò in fretta in un giovane uomo irrequieto che infilava un guaio dopo l’altro. Si ubriacava, rubava e correva dietro alle donne per soddisfare un appetito sessuale che sembrava non placarsi mai. Non è un caso infatti che Rasputin sia proprio il soprannome che si guadagnò in quegli anni: in russo significa “depravato”.

Si unì in matrimonio giovane, Il 2 febbraio 1887 con Praskov’ja Fëdorovna Dubrovina, di tre anni più grande e da cui ebbe sette figli. tre dei sette figli, la più piccola, Praskov’ja, i gemelli e Mickhail morirono tutti a causa della pertosse e della scarlattina. Dopo la morte del figlio di soli pochi mesi cadde in depressione. Guarì grazie ad un’altra apparizione della Madonna, la quale lo spinse a lasciare tutto e partire. Intraprese così lunghi peregrinaggi che lo misero in contatto con esponenti dei Chlisty, setta considerata illegale, ma molto popolare in Russia. I Chlisty erano duramente critici nei confronti della Chiesa ortodossa, che accusavano di corruzione e decadentismo. La fisicità e la religiosità si mescolano in modo equivoco in questa dottrina eretica: il rito erotico e le congiunzioni carnali – anche di gruppo – sono una delle sue caratteristiche basilari del credo. Gli adepti di tale setta sostenevano che per comprendere appieno l’essenza di Dio era necessario peccare. Tramite l’intima conoscenza del male il peccatore poteva pentirsi, confessare e infine ottenere il perdono. Un circolo vizioso, che aveva come obiettivo la catarsi, in cui l’uomo si macchiava di ogni tipo di colpa per continuare a godere della grazia divina.

Rasputin, dopo aver passato un anno presso il convento di Verchoturje, viaggia nelle grandi città quali Mosca, Kiev e Kazan. Torna al suo villaggio natale dove mette in piedi una chiesa personale.

Le forza di Rasputin risiede nel suo sguardo magnetico, intenso e allucinato, capace di grande presa sulla gente; le sue sono parole semplici, capaci di convincere: la sua fama in breve si diffonde richiamando alla sua chiesa numerose genti che provengono da tutta la regione.

Nel 1903 decise di recarsi in pellegrinaggio a Kiev; poi si recò a Kazan’ dove, grazie alla sua profonda conoscenza delle scritture e alle sue interpretazioni assai acute e originali, attirò l’attenzione del vescovo e della classe dirigente. In seguito si diresse verso San Pietroburgo, per incontrare Giovanni di Kronštadt, a cui volevo chiedere donazioni per costruire la chiesa del villaggio e incontrare il rettore della facoltà di Teologia della capitale, Ivan Stragorodskij; la data del viaggio è oggetto di discussione: secondo Pierre Gilliard, Rasputin arrivò nel 1905; Nelipa pensa sia giunto nell’autunno dell’anno precedente; Iliodor testimonia che vi fosse già nel dicembre del 1903 ed Helen Rappaport pensa che fosse arrivato per la quaresima del 1903.

A San Pietroburgo Rasputin soggiornò presso il monastero di Aleksandr Nevskij Lavra e incontrò altri esponenti del misticismo: tra di essi Germogen Dolganov e Feofan di Poltava, il quale, profondamente colpito dalle qualità di Grigorij, decise di ospitarlo nel proprio appartamento; in seguito, il monaco siberiano fu invitato dalla principessa Milica del Montenegro e da sua sorella Anastasia, grandi fautrici dei mistici e interessate di spiritismo. Finalmente, il primo novembre 1905 (calendario giuliano), Milica introdusse Rasputin a corte e lo presentò allo zar, Nicola II, e alla moglie Aleksandra.

Trasferitosi a San Pietroburgo nel 1905 approda alla corte dello zar Nicola II di Russia. L’incontro con Rasputin si colloca in un periodo estremamente difficile per lo zar il quale, a seguito della pesante sconfitta militare nella guerra russo-giapponese e agli eventi della rivoluzione del 1905, aveva dovuto siglare il “Manifesto di ottobre” con il quale rinunziava a parte dei suoi poteri autocratici. Nel mese di ottobre 1906, su richiesta dello zar, Rasputin si recò in visita alla figlia di Pëtr Stolypin, alcune settimane dopo che, insieme al padre, subì un attentato bomba; il 15 dicembre dello stesso anno, presentò una petizione allo zar chiedendo di cambiare nome in Rasputin-Novych (Новых) onde evitare confusione con le altre sei famiglie del suo villaggio che portavano lo stesso cognome; la richiesta fu accolta nel marzo dell’anno seguente.

Accompagnato dalla propria fama di guaritore viene chiamato da persone molto vicine alla famiglia Romanov: la loro speranza è che Rasputin possa contenere l’inguaribile emofilia di Alessio, figlio dello zar. Già al primo incontro Rasputin riesce ad ottenere qualche effetto benefico sul piccolo. Esiste una teoria secondo la quale Rasputin sarebbe riuscito ad interrompere le crisi ematiche di Alessio utilizzando un tipo di ipnosi che rallentava il battito cardiaco del bambino, riducendo così la velocità di circolazione del sangue. Un’altra ipotesi sarebbe quella per cui semplicemente interrompendo l’assunzione di aspirina, che i medici di corte somministravano per lenire i dolori articolari, la salute di Alessio migliorava per effetto della diminuzione delle conseguenti emorragie, e il merito veniva attribuito a Rasputin.

Esiste però anche un fatto scientificamente inspiegabile. Il 12 ottobre 1912 il monaco riceve un telegramma della famiglia reale che lo informava di una grave crisi di Alessio: “I medici disperano. Le vostre preghiere sono la nostra ultima speranza”. Rasputin, che si trova nel suo paese natale, dopo essersi immerso in stato di trance per diverse ore in preghiera, invia un telegramma alla famiglia reale con cui assicura la guarigione del piccolo, cosa che avvenne puntualmente nell’arco di sole poche ore.

Il carisma mistico del monaco fa molta breccia in particolar modo sulla zarina Alessandra, tanto che il rapporto con questa dà adito a maldicenze libertine. Tutti i rapporti della polizia segreta e dei deputati della Duma sulla condotta di Rasputin che arrivavano allo Zar venivano sempre considerati frutto di maldicenze ordite dall’intellighenzia liberale e smentite dalla coppia regnante.

Allo scoppio della prima Guerra Mondiale l’attività di Rasputin si sposta dal privato al politico.

Pacifista convinto, cerca di opporsi con ogni mezzo: mentre lo Zar Nicola è al fronte cerca di manipolare la Zarina Alessandra (di origine tedesca), per portare la Russia su posizioni pacifiste.

Con i suoi giochi di potere il monaco si crea molti nemici tra cui la casta militare, l’aristocrazia nazionalista, la destra e anche l’opposizione liberale. La Russia stava passando un brutto periodo, l’esercito subiva numerose perdite, all’interno il governo era diviso e Rasputin continuava a tramare per ottenere una pace immediata. Primo Ministro Trepov tenta di allontanare Rasputin offrendogli un’enorme somma di denaro, ma Rasputin volge a suo favore anche questa circostanza, informando la zarina: dopo questa nuova dimostrazione di fedeltà alla Corona, vede aumentare il suo prestigio tanto che viene considerato “unico amico della famiglia imperiale”.

Accusato di corruzione Rasputin riesce ad essere cacciato dalla casa dei Romanov, ma con l’aggravarsi delle condizioni del piccolo Alessio, la regina torna a cercare il mistico. Questi risponde che le condizioni del figlio sarebbero migliorate anche in sua assenza e proprio così in poco tempo accade.

è una congiura di alcuni nobili che decreta la fine di Rasputin: attratto in una trappola, nella notte fra il 16 ed il 17 dicembre 1916 viene prima avvelenato con del cianuro, poi – considerata la sua resistenza al veleno – ucciso con un colpo di pistola al cuore. Nonostante l’avvelenamento e il colpo di pistola, Rasputin riesce a riprendersi per tentare una fuga, ma viene raggiunto. Il suo corpo viene colpito da numerose randellate, finché il suo cadavere viene gettato nel canale Fontanka di San Pietroburgo.

Il corpo riemerge due giorni dopo; sottoposto ad autopsia non si troverà traccia del veleno e si riscontrerà che era ancora vivo quando fu gettato in acqua.

La salma viene prima sepolta, poi però verrà dissotterrata per essere bruciata ai bordi di una strada.

La zarina Alessandra accoglie la notizia con evidente disperazione, mentre lo zar Nicola preoccupato per il sempre più ingombrante ruolo che Rasputin stava assumendo a corte, terrà un atteggiamento pacato; terrà inoltre conto del fatto che tra i partecipanti alla congiura c’erano nobili con lui imparentati tanto che nessuno venne punito per il delitto.

Le grandi celebrazioni che seguirono la diffusione della notizia della morte di Rasputin, vedono gli assassini considerati come eroi, capaci di aver salvato la Russia dalla pericolosa influenza della germanica Alessandra e del suo folle amico monaco Rasputin.

La meteora più discussa al mondo: Čeljabinsk

Čeljabinsk (in russo:Челябинск
[Chelyabinsk]) è una cittadina russa degli Urali, con una popolazione di circa un milione di persone. Tutto il mondo la conosce per la Grande meteora esplosa il 15 febbraio 2013.


La meteora di Čeljabinsk infatti, è quell’evento che si è verificato nella mattina del 15 febbraio, alle ore 9:13 locali, quando un meteoroide di circa 15 metri di diametro e con una massa di 10.000 tonnellate ha colpito l’atmosfera alla velocità di 54.000 km/h, e si è frantumato sopra la città di Čeljabinsk. Una parte dei frammenti ha colpito il lago Čebarkul’, dal quale il 16 ottobre del 2013 è stato ripescato un grosso pezzo di circa 570 kg di peso.

Le prime notizie circolate su Internet e riprese dai mass media di tutto il mondo riportavano di una pioggia di meteoriti e di cristalli di meteorite che avevano causato il ferimento di centinaia di persone, probabilmente per una traduzione errata delle fonti locali, in realtà non sono caduti meteoriti sui centri abitati. Ciononostante, si è registrato un elevato numero di feriti a causa delle schegge delle finestre andate in frantumi per l’onda d’urto. L’esplosione infatti, molto violenta, ha prodotto un’onda d’urto che ha distrutto 200.000 m² di finestre, i cui frammenti hanno colpito e ferito oltre 1000 persone, e causato, probabilmente, il collasso della copertura di una fabbrica di zinco. Le costruzioni di sei città nella regione hanno riportato danni a causa dell’esplosione.
La frantumazione del meteoroide ha lasciato una scia nel cielo, visibile dalle città di Čeljabinsk, Orenburg, Kurgan, Ekaterinburg, Tjumen’ e nella parte settentrionale del Kazakistan.

L’evento meteorico ha colpito il territorio delle oblast’ russe di Čeljabinsk, Kurgan, Orenburg, Sverdlovsk e Tjumen’ e le regioni kazake di Aqtöbe e di Qostanay.
Tre siti d’impatto sono stati rinvenuti: due nell’area vicino al lago Čebarkul’ e l’altro, a circa 80 km a nordest, presso la città di Zlatoust. Uno dei frammenti, che ha impattato vicino a Čebarkul’, ha lasciato un cratere del diametro di sei metri.

Michail Jur’evič, governatore della regione di Čeljabinsk, espresse che mantenere funzionanti i sistemi di riscaldamento doveva essere una delle principali finalità delle autorità, dato che la temperatura poteva arrivare, in alcune aree, ad un minimo di -20 °C. Lo stesso Michail Jur’evič stimò i danni causati da questo evento, in un miliardo di rubli.
Secondo il presidente della Società Geografica Russa, Sergej Zacharov, il passaggio del bolide sopra Čeljabinsk è stato seguito da tre esplosioni di diversa intensità. La prima esplosione è stata la meno potente ed è durata all’incirca cinque secondi. L’altitudine in cui il meteoroide si sarebbe frantumato è tra i 30–50 km e l’esplosione avrebbe avuto una potenza di circa 500 chilotoni. L’epicentro dell’esplosione è stato localizzato a sud di Čeljabinsk, a Emanželinsk e Južnouralsk. Le scosse hanno raggiunto Čeljabinsk circa due minuti dopo.


Un fenomeno analogo era già accaduto nella regione di Čeljabinsk nel 1949, quando una pioggia di meteoriti cadde nella zona. Gli abitanti delle zone locali portarono agli scienziati 200 kg complessivi di pietre spaziali.
Nelle prime ore successive all’evento, erano circolate voci che davano il bolide individuato e colpito (a 20 km di altezza) da un missile a salve della Difesa russa, lanciato da una base nei pressi di Čeljabinsk: tale ipotesi, è stata in seguito considerata priva di ogni fondamento.
Le prime notizie, ma anche le successive, riportavano di una pioggia di meteoriti, e su molti siti l’evento è ancora così classificato; l’equivoco deriva probabilmente dalle prime notizie che riportavano una caduta di cristalli meteoritici. In realtà non ci è stata una vera e propria pioggia di meteoriti e nessuno dei testimoni ha visto cadere pietre dal cielo. Si è anche parlato di persone ferite da cristalli meteoritici; si è trattato, probabilmente, di un altro errore di traduzione, dovuto al fatto che l’onda d’urto ha causato la rottura di 200.000 m² di finestre, le cui schegge hanno ferito centinaia di persone.
Il filmato della meteora viene usato nella sequenza iniziale della pellicola fantascientifica Edge of Tomorrow – Senza domani per rappresentare l’arrivo dei “Mimics”, degli alieni invasori.

Addirittura alle olimpiadi di Soci del 2014, il 15 febbraio, in occasione del primo anniversario della caduta dei frammenti, le medaglie d’oro furono adornare con un piccolo frammento di questo meteorite.


Tutt’oggi La meteora più paparazzata di sempre rimane, per la scienza, un mistero. Studi paralleli ancora non concordano sulla velocità d’impatto con la nostra atmosfera, e calcolare la traiettoria esatta del bolide spaziale non permette di escludere alcuna ipotesi. Compresa la curiosa coincidenza temporale che ha visto transitare l’asteroide Duende appena 16 ore dopo lo schianto di Chelyabinsk. Nel 2020 però, una forma di carbonio sconosciuta sul nostro pianeta è stata scoperta dagli scienziati siberiani nei frammenti del meteorite.La particolarità della scoperta consiste nel fatto che una forma simile di cristallo di carbonio non era mai stata osservata qui sulla Terra. E’ stata quindi misurata la posizione degli atomi e dei piani interatomici, in seguito esperti sudcoreani hanno analizzato al computer i dati forniti e concluso anch’essi che una tale disposizione atomica fosse sì, teoricamente possibile, ma mai rinvenuta prima in natura.

Ecco dunque che la meteora di Čeljabinsk, conosciuta ovunque, è divenuta in Russia un vero e proprio simbolo dell’immaginario collettivo.

La celebre giornata della Vittoria a 76 anni di distanza

La Giornata della Vittoria (in russo День Победы, [Den’ Pobedy]) viene celebrata il 9 maggio, in memoria della capitolazione della Germania nazista durante la seconda guerra mondiale (conosciuta anche come la Grande guerra patriottica in Unione Sovietica e alcuni Stati post-sovietici).

La resa venne firmata nella tarda sera dell’8 maggio 1945, precisamente attorno alle 02.10 , in seguito alla capitolazione concordata in precedenza con le forze alleate sul fronte occidentale. Il governo sovietico annunciò la vittoria la mattina del 9 maggio, dopo la cerimonia di firma avvenuta a Berlino. Tuttavia, è solo dal 1965 che la Giornata della vittoria è stata proclamata festa nazionale.

Durante il periodo sovietico, il giorno della Vittoria veniva festeggiato da tutti i paesi del blocco orientale, divenendo così una festa ufficiale a partire dal 1965.

La guerra fu un tema di grande importanza nel cinema, nella letteratura, per lezioni di storia a scuola, i mass media e le arti. Il rituale della celebrazione infatti, ottenne un graduale carattere distintivo con una serie di elementi simili: incontri cerimoniali, discorsi, conferenze, ricevimenti e fuochi d’artificio.

Nel corso degli anni ’90 però, il Giorno della Vittoria era commemorato con feste sobrie e modeste. La situazione cambiò quando Vladimir Putin salì al potere. Iniziò infatti a promuovere il prestigio storico e culturale della Russia, e le feste e commemorazioni nazionali divennero un fonte di orgoglio per il popolo.

Il festeggiamento del 60º anniversario del Giorno della Vittoria in Russia nel 2005 è diventata la più grande festa nazionale e popolare. Ma è nel 2015 che il 70º anniversario della vittoria sulla Germania nazista ha dimostrato una grande ondata di orgoglio nazionale di fronte alle inedite sfide geopolitiche ed economiche.16 mila soldati russi, 1.300 militari da 10 paesi, circa 200 mezzi corazzati, 150 aerei ed elicotteri da combattimento hanno sfilato a Mosca in quella che è stata la più imponente parata della Russia contemporanea. Facendo gli onori di casa il Presidente Putin, oltre al tradizionale discorso, ha annunciato un minuto di silenzio in memoria delle vittime sovietiche: 27 milioni.

Quando si diffuse la notizia che il conflitto era finito, esplose la gioia collettiva dei sovietici: stava per iniziare una nuova vita e bisognava celebrare.

Il 9 maggio 1945, alle 2:10, la radio sovietica annunciò ai cittadini dell’Urss la tanto attesa buona notizia: l’atto di resa incondizionata della Germania era stato firmato nel sobborgo berlinese di Karlshorst. L’annunciatore della radio sovietica Jurij Levitan, che lesse quel famoso messaggio, ha ricordato, in seguito: “In serata abbiamo annunciato più volte che oggi la radio avrebbe eccezionalmente proseguito le trasmissioni fino alle quattro del mattino. Abbiamo cercato di leggere questa informazione apparentemente banale in modo che le persone capissero: non andate a letto. Aspettate! E subito è arrivato un flusso di telefonate. Voci familiari e sconosciute, già allegre, gridavano nel ricevitore: ‘Grazie! Abbiamo capito il messaggio! Apparecchiamo la tavola a festa! Ben fatto!’”. Se le persone vedevano un soldato o un ufficiale, lo andavano immediatamente a prendere e iniziavano a lanciarlo in aria per festeggiare. “Gli estranei si baciavano. Non ricordo una tale unità tra le persone come quella del 9 maggio 1945. Eravamo tutti un solo uomo: russi, tatari, uzbeki, georgiani… Eravamo uniti come mai prima d’allora”, ha raccontato il moscovita Gennadij Tsypin.

Molti soldati dell’Armata Rossa furono colti dal messaggio della resa della Germania proprio durante i combattimenti. Il fante di marina della flotta baltica Pavel Klimov nel maggio 1945 si trovava nella Lettonia occidentale, dove era ancora presente un grande gruppo nemico. “I tedeschi furono i primi a farci sapere che la guerra era finita. Avanzavamo lungo la costa. Non capivano perché ci fosse un tale rumore, un simile giubilo lungo le trincee tedesche. Apprendemmo che avevano scoperto che la guerra era finita. Abbiamo saputo dai fuochi d’artificio e dagli spari in aria che era arrivata la fine dell’incubo. Solo poco dopo, via radio, ci hanno dato l’ordine di annullare l’operazione. È stata una grande gioia”, ha ricordato Pavel Fedorovich.

In serata, un grandioso saluto militare venne organizzato sulla Piazza Rossa di Mosca: trenta raffiche di artiglieria da mille cannoni, accompagnate dai raggi incrociati di 160 proiettori e dal lancio di razzi multicolori. Jasen Zasurskij ricorda: “Le raffiche spaventarono stormi di corvi, e quando iniziarono gli spari, gli uccelli si alzarono da dietro le mura del Cremlino gridando all’unisono, e volteggiarono nell’aria come se fossero felici anche loro. È stato fantastico!”.

Quando si chiede ai russi qual sia l’evento, nella storia del loro Paese, che li rende più orgogliosi, la risposta più comune è la stessa da sessantasette anni a questa parte: “La vittoria nella Grande guerra patriottica”. è quindi chiaro che il Giorno della Vittoria contro la Germania nazista sia qui una delle feste più popolari, in grado di unire persone dalle vedute più disparate.

Una delle immagini più emblematiche della festa – oltre ai fuochi d’artificio e ai fiori che si regalano ai veterani, è la parata di Mosca. Ogni anno sulla piazza Rossa migliaia di soldati sfilano a passo di marcia, vengono presentate le ultime novità della tecnologia bellica, come il carro armato “Armata” nel 2015; ad attenderli c’è il ministero della Difesa in persona (attualmente Sergej Shojgu).

La Cina in effetti ha organizzato una imponente esibizione delle truppe nel settembre del 2015, in occasione del settantesimo anniversario, ma si è trattato di un caso isolato. In Russia invece è un appuntamento fisso di ogni anno.

Per quanto possa sembrare strano ai tempi dell’Unione Sovietica, che fu la vera vincitrice della Seconda guerra mondiale, le parate erano molto più modeste rispetto a quelle della Russia odierna. E molto più rare. Come osserva lo storico Denis Babichenko sia Iosif Stalin sia il suo successore Nikita Khrushchev temevano che gli alti gradi militari acquisissero troppo peso politico e perciò non accentuarono i loro meriti e quelli degli altri veterani. Fino al 1965 il Giorno della Vittoria non era nemmeno un giorno festivo.

Il primo leader grazie al quale il Giorno della Vittoria iniziò a essere largamente celebrato, a livello istituzionale e in ogni angolo del paese, fu Leonid Brezhnev. Anche durante il suo governo però le parate erano organizzate soltanto nelle ricorrenze più significative. L’ultima parata sovietica ebbe luogo nel 1990, mentre nei primi anni dopo il crollo dell’URSS non si organizzavano manifestazioni di questo genere. Venne riportata in auge nel 1995 ma è dagli anni Duemila che il fenomeno ha raggiunto le dimensioni attuali.

Lo storico Dmitrij Andreev ha spiegato a Rbth che per la Russia di oggi il Giorno della Vittoria è importante perché è uno dei pochi “collanti” rimasti per tenere unito il Paese: “Il Giorno della Vittoria e il momento commemorativo che rappresenta spingono al consenso e alla coesione nazionale”, osserva Andreev.

La parata, i fuochi d’artificio, la processione del “battaglione immortale” sono tutti rituali che incarnano un’idea di unità che ruota intorno a una memoria condivisa. Le autorità cercano di sfruttare al massimo questi momenti per mantenere l’identità della nazione. Da qui l’imponenza della solennità di cui la parata militare è parte integrante.

La stragrande maggioranza dei russi però continua ad apprezzare la parata. “Quand’ero bambino la guardavo ogni anno con i miei genitori” ricorda Yulija Kovalev, una ragazza moscovita di ventiquattro anni. “È bello vedere i ragazzi che marciano all’unisono, la tecnologia dispiegata in tutta la sua potenza, sentire gli ‘evviva!’. Ti senti subito orgoglioso, hai la sensazione di essere protetto. È una bella tradizione e ha senso continuarla”.

questo testimonia come la Russia sia un paese fortemente legato alla storia secolare e alle tradizioni; si pensi che ancora oggi, proprio nel giorno della Grande vittoria, vengono cantate vecchie canzoni simbolo della Seconda guerra mondiale a cui il popolo russo è molto affezionato.

Una delle più famose, “Moretta” (in russo: Смуглянка, [smuglyanka]), è addirittura stata scritta prima della guerra. Circolava infatti già dal 1940 e raccontava la storia di una ragazza moldava che si era unita ai partigiani durante la guerra civile russa. un’altra famosa, scritta nel 1975 per il trentesimo anniversario della Vittoria, è divenuta nel tempo una vera e propria colonna sonora dei festeggiamenti. День Победы, [den pobedy], Giorno della vittoria, scritta dal compositore David Tukhmanov, è divenuta in brevissimo tempo il vero simbolo della Grande guerra patriottica. Lo stesso compositore ha dichiarato che “la canzone sembra aver cambiato il tempo. Sebbene sia stata scritta tre decenni dopo la guerra, ora sembra che sia stata lei ad aiutarci a ottenere la vittoria”.

La Pasqua ortodossa in Russia: come e quando si festeggia

In Russia, nonostante gli anni di ateismo professato dal regime comunista, la religione è sempre rimasta radicata nell’intimità della popolazione, tanto che la Chiesa ortodossa guida ancora oggi i sentimenti religiosi della maggioranza dei russi. Convivono inoltre diversi credo religiosi (Islam, Protestantesimo, Cattolicesimo, Buddismo e Induismo), ma il cristianesimo ortodosso rappresenta il ramo maggioritario. Così la Pasqua ortodossa cade la prima domenica che segue la luna piena a partire dall’equinozio di primavera che quest’anno è il 2 di maggio.

Per la Chiesa ortodossa la Pasqua è la festa più importante dell’anno e viene celebrata solennemente in una data diversa da quella cattolica. A Pasqua (in russo: пасха [pascha]) si guarda alla cittadina di Sagorsk, dove risiede il Pope di Mosca e di tutta la Russia, cioè la massima autorità della religione ortodossa. Come accade anche a Natale però, i giorni della Pasqua cristiano cattolica e ortodossa non coincidono. Con il Concilio di Nicea del 325 d.C. venne stabilito che la Pasqua sarebbe stata festeggiata la domenica successiva al primo plenilunio di primavera (14° giorno della luna ecclesiastica). Anche gli ortodossi seguono questa regola ma il loro calendario, che è quello giuliano, è arretrato di 13 giorni rispetto a quello gregoriano, così come è diverso il calcolo per stabilire i cicli lunari.

La celebrazione della Pasqua rappresenta un momento importantissimo per la vita religiosa dei credenti ortodossi, ricoprendo pertanto un ruolo di rilevanza assoluta all’interno della liturgia ortodossa. La Pasqua rappresenta la rinascita, sia in senso strettamente religioso (come per la religione cattolica), sia in senso “laico“: infatti, anche per i cittadini meno ferventi dal punto di vista religioso, la Pasqua è festeggiata con calore, in quanto coincide con l’arrivo della primavera.

Lo scrittore russo Nikolaj Gogol, scrisse che la Pasqua si deve festeggiare in Russia perché in nessun altro Paese del mondo si celebra come lì. Gogol motivava tale affermazione con il fatto che la visione dei russi, più di quella di altri popoli, si focalizza particolarmente sul concetto di superamento della morte e che l’intera cultura russa ha la sua essenza nella Pasqua, a differenza di quella occidentale tradizionalmente orientata sul Natale.

Una settimana prima della Pasqua gli ortodossi, come tutti i cristiani, festeggiano l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, che molti di voi conosceranno con il nome di “Domenica delle Palme”. In Russia l’entrata del Signore a Gerusalemme non si chiama “Domenica delle Palme” ma “Domenica dei Salici” (Вербное Воскресенье [Verbnoe Voskresen’e]). In chiesa si benedicono i rami di salice e si crede che questi dopo la benedizione possano proteggere dagli spiriti malvagi. In Russia infatti, le palme non crescono, ma proprio in questo periodo ogni anno spuntano le gemme dei salici. Ecco perché questo giorno, in Russia si chiama la “Domenica dei Salici”. Gli ortodossi hanno l’usanza di conservare nel corso dell’anno i rametti dei salici benedetti e usarli per abbellire le icone e per proteggere le case dalle malattie.

Il digiuno quaresimale, secondo le regole ortodosse russe è più severo delle usanze cattoliche. I cibi di provenienza animale (come burro, latte, uova, pesce, con l’esclusione totale della carne) non vengono mangiati durante la Quaresima, ad eccezione di alcune domeniche (come la Domenica dei Salici). Gli altri giorni si possono mangiare solo vegetali (patate, pane, cavoli, verdure, conserve) e bere il tè. Sono proibiti gli alcolici e i rapporti sessuali. Il mercoledì e il venerdì si mangiano solo cibi non cucinati, e il venerdì Santo non si mangia per niente.

Una curiosità interessante, che denota poi una differenza sostanziale tra le tradizioni pasquali cattoliche e quelle ortodosse, è che l’uovo di cioccolato della Pasqua occidentale è praticamente sconosciuto nelle usanze russe. Nella tradizione cattolica, l’uovo di Pasqua rappresenta il Santo Sepolcro: l’uovo, sebbene sembri morto all’esterno, contiene una nuova vita al suo interno, che presto uscirà fuori e quindi l’uovo funge da “simbolo della bara e origine della vita nelle sue profondità”.

Nella tradizione ortodossa, l’usanza di dare uova è associata alla leggenda di un uovo donato da Maria Maddalena all’imperatore Tiberio. Secondo il racconto di Dimitrij di Rostov, Maria Maddalena ebbe l’opportunità di incontrare l’imperatore e gli diede un uovo, dipinto in rosso , con le parole: “Cristo è risorto!” (in russo: Христос воскрес).  La scelta di un uovo come dono, secondo San Demetrio, fu causata dalla povertà di Maria. Non voleva presentarsi a mani vuote ed il colore dell’uovo aveva lo scopo di attirare l’attenzione dell’imperatore. Sebbene oggi le uova siano dipinte in diversi colori, il rosso è il colore tradizionale: simboleggia il sangue di Cristo crocifisso. In generale, il colore rosso è tipico per la Pasqua ortodossa, in particolare, questo è il colore dei paramenti liturgici di questa festa. In un’altra versione si dice che l’uovo donato da Maddalena, secasse l’iscrizione “Cristo è risorto!”, ma era del normale colore dell’uovo. L’imperatore, dubitando della strana notizia della risurrezione, disse che come un uovo non può passare dal bianco al rosso, così i morti non risorgono. Così all’istante l’uovo divenne rosso sotto i suoi occhi. Questa versione ha ispirato la cantante Svetlana Kopilova nella creazione di una canzone sull’incontro di Maria Maddalena con l’imperatore Tiberio. Non è a caso infatti che i fedeli ortodossi dipingano di rosso le uova che sono in definitiva il simbolo per eccellenza della Resurrezione. Ecco perchè in Russia non esiste la tradizione dell’uovo di cioccolato ma invece quella delle uova naturali dipinte a mano. In tutte le famiglie i genitori ed i nonni affiancano i bambini nel dipingere le uova. Basti infatti pensare alla celeberrima storia delle Uova Fabergè, commissionate dallo zar Alessandro III come dono alla zarina. Il simbolismo dei colori è molto importante: per decorare le uova è fondamentale tenere presente che ogni colore ha un significato simbolico ben preciso (ad esempio, il rosso simboleggia l’amore e la resurrezione, il nero la costanza, il giallo la gioventù, l’ocra la purezza).

Volete colorare le uova secondo la tradizione russa? Ecco come si fa, è molto semplice. Per gli ingredienti bastano uova e buccia di cipolla rossa, un modo comune e facile per dare alle uova colori diversi, che vanno dal giallo al rosso mattone. Il colore dipende dalla concentrazione del decotto. Preparazione: Lavare le uova. Preparare un infuso dal decotto delle bucce di cipolla rossa. Se volete che il colore delle uova sia più intenso, prendete tanta buccia e fatela bollire per circa 30 minuti. Mettete le uova nell’infuso, fate bollire circa 10 minuti. Tirate fuori, lasciate all’aria aperta finché il tutto si asciughi. Nello stesso modo si possono colorare le uova di giallo usando foglie di betulla. Facendo bollire le uova con questi coloranti naturali per 15 minuti, si possono ottenere tonalità diverse: per ottenere il rosso chiaro, bollire bietola o mirtillo rosso, per ottenere il giallo bollire scorze di arance o limone, per ottenere il verde bollire spinaci o buccia di mela verde, per ottenere il blu bollire foglie di cavolo rosso, per ottenere il beige ed il marrone bollire chicchi di caffè. Se volete ottenere uova dai colori brillanti, immergetele pochi istanti nell’olio a temperatura ambiente e poi asciugatele con un tessuto.

Nella tradizione ortodossa, la Pasqua è associata agli “artos”, un pane speciale con un’icona della Resurrezione stampata sopra, usato nella liturgia della Settimana Luminosa (Settimana Santa), che viene consacrato nella pratica parrocchiale russa alla fine della Liturgia Pasquale, dopo la preghiera di benedizione dello Ieratico (Preghiera per la Benedizione del Pane). Questo pane durante l’intera Settimana Luminosa (Settimana Santa) è nella chiesa e viene poi distribuito ai fedeli dopo la liturgia del Sabato Luminoso (Sabato Santo). In Russia, è prassi comune non consumare completamente gli “artos” in questo giorno, ma conservarli a casa per mangiarli a stomaco vuoto, soprattutto in eventuale caso di malattia. Questo pane simboleggia Gesù Cristo risorto presente alla mensa dei fratelli per tutta la Settimana Luminosa. La sera del Sabato Luminoso (Sabato Santo) si partecipa alla processione intorno alla chiesa, effettuata portando in mano una candela e cantando le preghiere. A mezzanotte il prete  si ferma all’esterno davanti alle porte chiuse della chiesa e aprendole apre simbolicamente le porte del sepolcro del Signore annunciando a tutti che Cristo è risorto. Durante lo svolgimento dell’intera funzione il prete e i fedeli si scambiano gli auguri, pronunciando la formula: “Cristo è risorto!” “In verità è risorto!” e scambiandosi tre baci. Si tratta di una cerimonia molto suggestiva. Naturalmente dopo le sette settimane di astinenza della Quaresima la tavola pasquale si distingue per la ricca varietà delle sue pietanze a base di carne.

La tavola pasquale è riccamente imbandita, in quanto sancisce la fine del periodo di penitenza pre-pasquale. I piatti tipici preparati in occasione della domenica di Pasqua sono: agnello, kutia (una specie di pudding dolce), vari piatti di pesce preparato in diversi modi (bollito, fritto, in gelatina), vareniki (pasta ripiena) e uzvar (a base di vari tipi di frutta secca). Il tipico dolce pasquale russo si chiama kulìč.  Altro dolce tipicamente pasquale della tradizione russa è la “paska”. La paska è la prova tangibile che la Quaresima è finita, perché contiene tutti gli alimenti proibiti. Dolce e cremosa, la paska si accompagna perfettamente al kulič, leggermente asciutto. Infatti non si riescono a immaginare l’una senza l’altro.

Benché possa apparire strano, esiste anche un lato triste delle feste pasquali. Come retaggio del tradizionale passato sovietico è rimasta la visita al cimitero nella domenica di Pasqua, con il tradizionale banchetto sulla tomba dei defunti dove chi viene in visita sosta a mangiare uova, kulìč e a bere bevande alcoliche. In epoca sovietica la Chiesa Ortodossa non ha cercato di combattere quest’usanza non avendone la possibilità e le autorità sovietiche pur di impedire alla gente di frequentare le chiese erano felici di poter sostituire alla celebrazione della festa religiosa questa festa laica di omaggio ai defunti. Anche oggi la Chiesa non è in grado di cancellare tale consuetudine e la gente continua a recarsi a Pasqua nei cimiteri, senza ascoltare le esortazioni del clero che invita a farlo in un altro giorno dell’anno.

Durante la Settimana Santa comunque – che precede la celebrazione- hanno luogo numerose messe, in cui vengono ripercorse e commemorate le principali tappe della Passione della morte di Cristo. Inoltre, durante la giornata di Giovedì Santo ( in russo: Чистый четверг [Chistyy chetverg], “Giovedì puro”), vige l’usanza di pulire la casa: è una sorta di purificazione che affianca quella spirituale. Invece, il Venerdì Santo è dedicato alla preparazione dei dolci pasquali tipici che vengono portati in chiesa il pomeriggio del Sabato Santo, per ricevere la benedizione, dopodichè sono offerti a amici e parenti.

Durante la messa di mezzanotte invece, il Pope toglie simbolicamente il sudario dal sepolcro. Non trovandovi più il corpo di Cristo, con il corteo sacerdotale esce dalla chiesa per ricercarlo, finché ritorna e annuncia ai fedeli il miracolo con la tradizionale esclamazione: “Christos voskrèse!” (Cristo è Risorto!) e la folla risponde: “Vo istinu voskrèse!” (In verità è Risorto!). A questo punto, tutti si scambiano il triplice bacio rituale; dopo di che si cantano inni di esultanza, si accendono ceri e si scoppiano fuochi d’artificio. Per il popolo russo le festività legate alla Pasqua sono anche un saluto alla primavera.

I ragazzi si recano in campagna per spogliare le betulle; con i rami di betulla le ragazze intrecciano delle corone con cui ornano la testa.

Non rimane altro che ricordarvi come ci si fanno gli auguri. In russo non si traduce la forma augurale “Buona Pasqua”, ma si dice: “Христос воскрес” (si pronuncia “Kristòs vaskriès”) e significa “Cristo è risorto”. Quando qualcuno vi pronuncia o vi scrive queste parole, la risposta è: “Воистину воскрес” che si pronuncia “vaìstinu vaskriès” e significa “Davvero risorto”.

C’era una volta e una volta non c’era: il mono incantato delle fiabe russe

Le fiabe russe (in russo: Сказки [skazki]), come quelle di tutte le altre culture, hanno origini antichissime: anche se non esistono datazioni precise possiamo affermare che le fiabe orali iniziarono a circolare dopo il passaggio da una società nomade e cacciatrice a una società sedentaria e agricola, e vennero tramandate di generazione in generazione finché non furono trascritte nel corso del XIX secolo. La fiaba trae le sue origini dalla realtà e dalla quotidianità. Gli elementi appartenenti alla fiaba come le creature fantastiche, gli animali parlanti e gli oggetti magici non sono frutto della fantasia di un autore – come invece avviene per la favola – ma sono spiegazioni di una tradizione e di una cultura che ormai non ci appartiene più, e di cui è rimasta solamente la vena fantastica tramandataci dai racconti popolari e appunto dalle fiabe.

La nascita della fiaba è imputabile alla necessità di mantenere vive le tradizioni attraverso lo scorrere del tempo: mentre la società progredisce, l’umano si evolve e il progresso si sviluppa, le usanze e i costumi rimangono impressi nella mente delle persone attraverso racconti e fiabe. Ma ciò che bisogna tenere a mente è che la fiaba non nasce in concomitanza con queste tradizioni, bensì dopo. Quando quelle tradizioni non fanno più parte della società, e sono diventate parte del passato, le persone iniziano a comporre fiabe che raccontano di questo passato. Pertanto non possiamo limitarci a prendere per dato di fatto tutto ciò che viene descritto nelle fiabe, perché come ogni evento narrato a posteriori entrano in gioco modificazioni e cambi di mentalità, che fanno sì che si guardi al passato da un’altra prospettiva.

Le fiabe russe però, precisiamo subito, non hanno fate, esserini celesti che trasformano zucche in carrozze o topi in cavalli. In russo infatti, sono chiamate “skazka” che significa letteralmente “ciò che si dice”, quindi “storia”; niente a che vedere con l’inglese “fairy tales” o il francese “contes de fées”. Ciò non toglie che vi siano personaggi bizzarri, grandi cavalieri, ragazze straordinarie, principesse rane, uccelli di fuoco e tanto altro.

«C’era una volta e una volta non c’era»: così inizia la storia di Vassilissa, e già da questa prima affermazione possiamo capire che le fiabe russe parlano di un mondo “altro”, che somiglia alla realtà e tuttavia non lo è.  Le fiabe possono esser viste come il ritratto di un popolo e per questo importanti per conoscerne la cultura e le tradizioni; un mondo ricolmo di bellezza, poesia e colori sfavillanti come quello che ritroviamo nella più grande raccolta, una collezione di 640 fiabe, ad opera di Aleksandr Afanas’ev e pubblicata tra il 1855 e il 1863. Si tratta probabilmente della più grande raccolta di fiabe che sia stata mai compilata da una sola persona.

Afanas’ev raccolse e interpretò i racconti del popolo russo, andando a recuperare dei tentativi precedenti di altri autori e ascoltando i racconti dei contadini. Divise le fiabe in tre tipi: racconti di animali, racconti magici e racconti della vita di tutti i giorni. La raccolta di Afanas’ev fu tanto precisa, ricca e accurata che ebbe immediato successo in Russia, sia a livello popolare che negli ambienti artistici, e segnò una svolta nella ricerca e nello studio della tradizione orale, così come i Grimm avevano fatto in Germania. Il successo della raccolta influenzò il metodo di ricerca e studio delle tradizioni orali, e l’opera ha fornito le basi per gli studi di Vladimir Propp.

I protagonisti delle fiabe popolari russe vivono nel misterioso Regno al di là dei Monti e degli Oceani e non sanno proprio cosa sia la noia: c’è chi supera prove di ogni genere per adempiere al volere dello Zar oppure ottenere una bella moglie, chi invece è costretto a difendere la propria terra o la famiglia da terribili creature.

Scopriamoli quindi insieme!

La terribile strega Baba Jaga (in russo Баба-яга), ad esempio, è il nome per eccellenza quando si parla di fiabe russe: una vecchina curva, dall’aria cattiva e il naso lungo, le unghie ricurve e un aspetto minaccioso. La Baba Jaga assomiglia alla nostra Befana, ma invece di portare doni ai bambini, solitamente li mangia. Vive in un bosco impenetrabile, in una casa con le zampe di gallina, e vola nel cielo con una scopa e un mortaio. I malcapitati che si trovano ad aver a che fare con lei, mandati di solito da un parente geloso, sono sottoposti a mille prove, che permettono di ricevere aiuti e ricompense dalla strega se superate.

«Casetta, casettina, vòltati con la faccia verso di me e il dorso verso il bosco…

Casa, casettina! Mettiti come prima, come ti ha messo mamma…»

Nelle fiabe russe tradizionali non può mancare lo zar. Anche se non è uno dei protagonisti principali, il sovrano di Russia svolge sempre un ruolo importante per la storia, perché è il sogno di tutte le ragazze del regno in età da marito ed è circondato da amici e nemici. Nelle fiabe russe, di solito lo zar invia l’eroe a recuperare qualcosa: che sia una principessa saggia o un cavallo magico, si tratta sempre di qualcosa di essenziale ai fini dello svolgimento del racconto. Un bell’ esempio di questa trama è la fiaba di Puškin, Lo Zar Saltan. In questa fiaba lo zar viene separato con l’inganno dalla moglie e dal figlio, e soltanto dopo mille peripezie e soprattutto grazie all’ aiuto di una principessa magica sotto le spoglie di un cigno, la famiglia si ritrova.

Altro personaggio simbolo è Kikimora (in russo кики́мора) che rappresenta il maligno. Si possono distinguere due tipi di Kikimora: quella di palude (la moglie dello spirito del bosco) e la “domovicha” (la moglie del “domovoj”, uno spirito della casa). Nelle fiabe la Kikimora di palude si presenta come una vecchia signora agghindata di alghe. Il suo compito è spaventare chi capita nella palude, attirare i viandanti nella melma e rubare i bambini piccoli. La “domovicha” invece vive tranquilla in casa e si mostra alle persone molto più di rado del marito. Secondo le antiche credenze le annegate o i bambini morti senza battesimo diventavano Kikimora. La più famosa fiaba che ne parla è “Kikimora” di Alexei Tolstoj.

Ivan lo Scemo, di norma figlio minore di una famiglia contadina, è sostanzialmente l’eroe della storia. Nelle fiabe russe infatti, non manca l’eroe maschile, com’è dovuto: talvolta è un principe, ma spesso è un arciere al servizio dello zar, o semplicemente l’ultimo dei tre figli di un vecchio contadino, magari neanche troppo brillante. Lev Tolstoj sceglie proprio il personaggio di Ivan lo stupido per scrivere la celebre fiaba omonima: un ragazzo che tutti deridono, semplice e ingenuo, ma anche giusto e sensibile. La sorte farà di lui un vero eroe grazie alle sue scelte assennate a fronte delle smargiassate inconcludenti dei fratelli maggiori. Le sue azioni non sono guidate dall’ intelligenza; agisce senza pensare, chi gli sta intorno non lo prende sul serio e nel migliore dei casi lo tratta con indulgenza, ma capita anche che lo prenda a bastonate. Ivan lo Scemo non ama lavorare e sembra che non sia in grado di cavarsela con i compiti più basilari, arrecando alla sua famiglia o al datore di lavoro soltanto danni, nonostante ciò, gli va spesso bene e grazie a qualche aiuto inaspettato riesce a fare come per magia tante cose che risultano fuori dalla portata di altri eroi. Pur in tutta la sua apparente inutilità Ivan lo Scemo svolge una funzione importante: con le sue gesta sconsiderate tiene allegri e diverte tanto gli altri personaggi della fiaba quanto il lettore, dimostrando inoltre che anche gli ultimi possono essere i primi.

La principessa rana invece, rappresenta la moglie ideale: bella e intelligente, giudiziosa e arguta, efficiente e fedele. Per di più fa magie e ha a disposizione un esercito di mamme-balie e perciò non esistono per lei compiti irrealizzabili. Un dettaglio soltanto: per ordine del suo potente padre è costretta ad assumere per tre anni le sembianze di una rana e a mostrarsi in questa veste al suo promesso, Ivan Zarevich. La fiaba omonima gioca con un’intera serie di elementi delle trame fiabesche: c’è la parte rituale – il figlio dello zar trova la rana con l’aiuto di una freccia che ha lanciato – e la rottura del divieto: Ivan dà fuoco alla pelle della rana e perde l’amata, per questo gli toccano in sorte delle prove che egli supera, riuscendo così a recuperare sua moglie.

Ancora, Koshej, lo scheletro senza morte o immortale (in russo Кащей Бессмертный) è invece un oscuro zar. Spesso appare sotto forma di un vecchio magrissimo, a volte a cavallo. È immortale per modo di dire: per ucciderlo bisogna rompere un ago magico che è nascosto dentro un uovo, l’uovo dentro un’anatra, l’anatra in una lepre, la lepre in un baule dentro una quercia. In alcune fiabe è un cavallo a dare la morte al Koshej. La sua storia personale è alquanto triste; una delle fiabe a questo proposito, “Il Koshej-bogatyr”, racconta di come il Koshej fosse stato un tempo un bogatyr (guerriero), tradito dai suoi alleati e catturato dai nemici. Passarono molti anni, le catene si arrugginirono ed egli si liberò, iniziando a vendicarsi. Sovente Koshej l’immortale tiene prigioniere le fidanzate dei protagonisti. Così avviene nelle fiabe “Koshej l’immortale”, “Marja Morevna”, “La principessa rana”.

L’uccello di fuoco invece, è la variante russa della Fenice, ma più spesso è soltanto un’esca per i prodi che cercano gloria e ricchezze. È un grande uccello di straordinaria bellezza e dal piumaggio infuocato: “Le sue penne sono d’oro, e gli occhi simili al cristallo d’Oriente”. In realtà, nonostante l’apparenza nobile, lo si può spesso pizzicare mentre mangiucchia senza permesso le mele del giardino imperiale o scovarlo tra il frumento che ricopre il campo. All’ eroe delle fiabe a volte spetta il compito di trovare una penna dell’uccello di fuoco e per ingenuità la porta in dono allo zar, senza sapere che gli causerà soltanto guai: una volta presa la penna, che illumina come una moltitudine di candele, gli zar di solito vogliono l’uccello tutto intero e mandano gli eroi verso mille avventure.

Al luccio invece, gli antichi slavi gli attribuiscono varie terribili caratteristiche: si riteneva che questo tremendo pesce potesse inghiottire una persona che si muovesse nel suo regno acquatico. Nella fiaba popolare russa il luccio ha dimensioni minori e assume un carattere innocuo. Incontrarlo non è più ormai un pericolo, ma una grande fortuna visto che esaudisce i desideri. All’ inizio però bisogna acchiapparlo, come fece Emelja lo Scemo nella fiaba omonima, e poi liberarlo di nuovo nell’ acqua. Non c’è un limite al numero di desideri: Emelja per esempio ne aveva espressi ben otto.

Il genio dell’acqua. In alcune fiabe è il re del mare. Il più delle volte nella mitologia slava lo spirito dell’acqua è descritto come un vecchietto brutto, grondante fango e ogni tanto con la coda di pesce, ma può cambiare aspetto per breve tempo. Il genio dell’acqua abita in specchi d’acqua e pozzi di ogni genere, soprattutto lo si può incontrare spesso nei gorghi accanto ai mulini ad acqua. Nella mitologia è considerato pericoloso, mentre nelle fiabe non è per forza cattivo, anche se spesso si prefigge il compito di intralciare il protagonista perché non sposi la sua amata, soprattutto se è la figlia del genio dell’acqua.

Uno dei nomi sicuramente più conosciuti nelle fiabe russe è quello di Vassilissa la Bella (in russo Василиса Прекрасная [Vasilisa Prekrasnaja]): una ragazza del mondo mercantile, rimasta senza madre in giovane età e costretta a convivere con la matrigna cattiva. Dolce e ingenua, si trova ad affrontare molte difficoltà, incontra la Baba Jaga, ma tutto poi finisce bene, dato che è aiutata da una Bambolina che le aveva lasciato la madre. Il destino di Vassilissa la Bella riflette la credenza popolare secondo cui i genitori affezionati proteggono i propri figli e li aiutano anche dopo la morte. Non è però la sola donna ad essere protagonista: sotto il segno dell’oro brillano Vassilissa o Elena la Saggissima, principesse di bellezza pari a quella del sole (quindi non descrivibile) e dotate di conoscenza delle arti magiche; talvolta dall’aspetto animale, come ne La Principessa Ranocchia, talvolta guerriere indomabili possono aiutare l’eroe o porgli dei complicati enigmi da risolvere, le perfide.

Infine, il drago Zmej Gorynych, “serpente delle montagne”, è una creatura dalle molte teste simile a un drago: fuoriesce dall’acqua, è in grado di sputare fuoco, talvolta vola su ali infuocate e non di rado vive sulle montagne. Il serpente rapina le donne, assedia le città, difende i confini, ma a differenza della Baba Jaga, non concede trattative e ha sempre un pensiero fisso e categorico: mangiare chiunque abbia intenzione di violare la sua tranquillità o intralciare i suoi piani. Quasi sempre esiste un solo eroe in grado di sconfiggere il drago e che prima o poi arriva e sfida Gorynych a duello.

E ancora abbiamo lupi grigi e destrieri dalla criniera d’oro, zar inflessibili e gomitoli magici, un temibile gatto-moraccio e un gigante immortale, un’aquila dalle piume grigio azzurre e un bastone che picchia senza smettere mai.

Così, se fiabe russe possono esser viste come il ritratto di un popolo leggerle significa addentrarsi in un mondo in cui la natura ha una forza sovrannaturale e l’uomo civilizzato ancora combatte contro la sua parte selvaggia e oscura. Ma resta un mondo ricco di bellezza e poesia e colori sfavillanti, che può ancora incantare con il suo “C’era una volta e una volta non c’era” sia i grandi che i più piccoli.

La Russia degli scacchi: tra gioco e strategia politica

Gli scacchi (Шахматы [shakhmaty]) in Russia hanno un passato secolare: secondo lo storico Isaak Linder, comparvero nella Rus’di Kiev non più tardi del IX o X secolo. Probabilmente gli scacchi sono arrivati in Russia direttamente dall’Asia, attraverso le rotte del Mar Caspio e del Volga, teoria parzialmente basata sull’analisi filologica dei nomi russi dei pezzi scacchistici, che sono diversi da quelli utilizzati dalle altre nazioni europee (le quali probabilmente hanno subito l’influenza araba).

Il nome russo per regina, ферзь [ferz’], è molto simile all’originale “ferzin” e sembra importato direttamente dall’ hindi, arabo o persiano. L’alfiere si dice слон ([slon] cioe’ elefante), lo stesso significato di “fil” in hindi, arabo e persiano. Ancora, la parola russa per torre, ладья [lad’ya], è unica nel suo genere e si riferisce al tipo di barca che le tribù slave usavano per navigare i fiumi, il mar Nero e il mar Caspio. Queste barche, simili a quelle scandinave, finirono fuori uso nel XVIII secolo ed oggi la parola “ladya” si usa solo per riferirsi alle storie del passato, o agli scacchi.

Nei secoli successivi gli scacchi si sono velocemente diffusi in tutta la Russia; gli archeologi hanno ritrovato pezzi di scacchi in scavi dell’XI secolo. A Novgorod, una delle più antiche città nel nord della Russia, sono state rinvenute diverse dozzine di scacchiere e pezzi, risalenti ad un periodo compreso tra il XII e il XV secolo.

La popolarità degli scacchi in Russia ha avuto alti e bassi. Per la maggior parte del Medioevo, gli scacchi sono stati proibiti dalla chiesa ortodossa, insieme ai dadi ed altri giochi d’azzardo. La maggior parte dei manoscritti ritrovati parlano infatti degli scacchi in maniera negativa. Le punizioni erano particolarmente severe per i preti, che potevano essere anche scomunicati se scoperti a giocare a scacchi.

Il cambiamento è avvenuto nel XVI secolo, quando gli scacchi hanno trovato un alleato: la famiglia reale. Ivan il terribile infatti, il primo capo di stato russo con il titolo di Zar, era un convinto giocatore di scacchi. È morto mentre sedeva alla scacchiera, stando ai manoscritti dell’epoca che ne hanno narrato la biografia.

Non è quindi un caso che il poeta inglese George Turberville, che ha viaggiato a Mosca nel 1568, era rimasto impressionato dalle qualità scacchistiche dei russi.

I successori al trono di Ivan il Terribile erano altrettanto appassionati di scacchi. Pietro il Grande giocava a scacchi anche durante le campagne militari e fu proprio lui ad introdurre il gioco nei salotti dell’epoca. Ma gli scacchi hanno continuato ad essere popolari anche dopo di lui.

Il primo libro (o meglio brochure) sugli scacchi in russo fu pubblicato a San Pietroburgo nel 1791, alla fine del regno di Caterina la Grande. Era una traduzione del saggio “The Morals of Chess”, scritto da Benjamin Franklin.

Si pensi che uno dei più influenti poeti russi, Alexander Pushkin, nato pochi anni dopo la pubblicazione del primo libro di scacchi in russo, giocava a scacchi, possedeva libri e riviste scacchistiche, ed ha anche incluso una scena scacchistica nel suo famoso poema “Eugene Onegin”, in cui uno dei protagonisti, un giovane poeta di nome Vladimir Lensky, giocava per l’appunto a scacchi con la sua fidanzata, Olga Larina.

Nel 1832 Pushkin scrisse una lettera alla moglie contenente i seguenti passaggi:

«Sono molto contento, cara, che tu stia imparando a giocare a scacchi. È una cosa fondamentale per ogni famiglia. Ti spiegherò il perché più avanti».

Purtroppo, non abbiamo mai saputo come Pushkin pensasse di provare la necessità degli scacchi, il che pone la lettera nella stessa categoria del Fermat’s Last Theorem e le famose parole del genio matematico:

«Ho scoperto una meravigliosa prova di questo teorema, ma qui non ho abbastanza spazio per dimostrarla».

Il XIX secolo vide emergere i primi maestri russi; il più influente tra loro fu Alexander Petrov, meglio conosciuto come inventore della difesa Russa (detta anche difesa Petrov). Petrov ha scritto uno dei primi manuali di scacchi in Russia, “Il gioco degli scacchi, studiato in maniera sistematica, con l’aggiunta di partite di Philidor con annotazioni”. Il libro, uscito in cinque volumi, è rimasto un testo di riferimento importante per oltre un secolo, tanto che Pushkin ne aveva due copie nella sua biblioteca, inclusa una con la firma dell’autore (sembra che Pushkin avesse comprato una copia prima che Petrov gliene regalasse una autografata).

C’è da notare che molti maestri non erano di etnia russa, questo perché l’impero russo fu costruito con conquiste ed acquisizioni, e dal XVIIII secolo iniziò ad inglobare a sé centinaia di diverse nazioni ed etnie. Un esempio ne è Carl Jänisch, avversario di Petrov nonché brillante teorico della materia, nato in Finlandia e di cultura tedesca. Alcuni dei più forti giocatori russi della seconda metà del XVIIII secolo quindi, non erano propriamente russi, incluso Szymon Winawer, ebreo polacco, e Emanuel Schiffers, di origini tedesche i cui genitori emigrarono dalla Prussia.

Szymon Winawer in particolare, è stato il primo giocatore dell’impero russo a farsi notare nell’ambiente scacchistico internazionale. La storia narra che fu invitato a giocare nel 1867 Paris Tournament: quando entrò nel Café de la Régence per alcune partite amichevoli impressionò tutti con il suo gioco. Il suo risultato nel primo torneo internazionale fu sensazionale, secondo posto con 19 punti su 24, un punto avanti a Wilhelm Steinitz. Winawer comunque giocò pochi altri tornei e rimase quindi un amatore per il resto della sua vita. Ma l’onore di essere il primo russo a competere per il campionato mondiale va a Mikhail Chigorin, dodici anni più giovane di Winawer.

I punti salienti della carriera di Chigorin includono 4 match con i migliori giocatori del tempo: 2 mondiali persi con Wilhelm Steinitz (nel 1889 e nel 1891/92) e altri 2 pareggiati con lo stesso punteggio (+9 -9, cambia solo il numero delle patte) con Isidor Gunsberg ( nel 1889/90) e con Siegbert Tarrasch ( nel 1893).

 Probabilmente, una delle ragioni principali del perchè Chigorin non sia così popolare oggi riguarda la sua massiccia considerazione nei primi anni dell’Unione Sovietica. Non vi è dubbio che Chigorin fosse la figura dominante ed il vero padre fondatore degli scacchi russi, ma ad un certo punto, i giocatori russi erano quasi sottomessi a Chigorin. Dal 1920 fino alla fine degli anni ’50 Chigorin era per gli scacchi sovietici quello che Vladimir Lenin era per l’Unione Sovietica: un’infallibile autorità, la risposta a tutte le domande. Ogni volta che un giocatore sovietico vinceva era perchè aveva giocato “alla Chigorin”– Ogni volta che invece commetteva errori, era perché aveva seguito la “dottrina di Tarrasch”, che è sempre stato dipinto come l’opposto di Chigorin. L’ammirazione per Chigorin cominciò a calare solo dopo la morte di Stalin nel 1953 ed il seguente “Khrushchev Thaw”, che ridusse le politiche più repressive dell’Unione Sovietica. Gradualmente, l’attenzione degli scacchisti sovietici passò da Chigorin al suo successore, il primo campione del mondo russo, Alexander Alekhine.

Alekhine, nato a Mosca da una famiglia nobile e ricca, era ancora ragazzo quando gicò il suo primo torneo internazionale (Düsseldorf 1908) e divenne maestro nel 1909 vincendo il campionato russo amatoriale. La sua carriera scacchistica durò quattro decadi, con numerosi tornei e diversi match mondiali vinti. Ci sono diversi libri che discutono dell’eredità scacchistica lasciata da Alekhine; i suoi attacchi sono ancora oggi fonte di ispirazione per molti giocatori.

Il caso di Efim Bogolyubov, che avrebbe poi giocato due match mondiali, fu ancora più complesso. Nel 1914 Bogolyubov e qualche altro giocatore russo stavano giocando un torneo a Mannheim quando iniziò la prima Guerra mondiale. Furono internati per qualche mese e poi rilasciati. Poco dopo, Bogolyubov sposò una signora tedesca e si stabilì in Germania. Negli anni ’20 ritornò nell’ Unione Sovietica, vincendo facilmente due campionati nazionali (nel 1924 e nel 1925), ed il primo torneo internazionale di Mosca (davanti a Lasker, Capablanca, Marshall e altri forti giocatori). Quando gli fu però negato un visto per un torneo all’estero, Bogolyubov fece le valigie e ritornò in Germania. Le autorità sovietiche così, lo dichiararono traditore e fu quasi bandito dalla Russia.

E’ stato durante il torneo di Mosca del 1925 che il termine “Febbre scacchistica” fu coniato, dopo l’omonimo film muto basato sul torneo, e che vide anche la partecipazione di Capablanca. L’unione Sovietica stava infatti entrando nella fase della “Febbre scacchistica”, iniziata negli anni ’20 e che sarebbe poi arrivata sino ai giorni nostri. La persona che diede inizio al movimento scacchistico sovietico fu Alexander Ilyin-Genevsky, un maestro che sconfisse anche Capablanca nel torneo di Mosca nel ’25. Fatto ancora più importante però, è che era un bolscevico di alto rango che curava l’educazione militare nei primi anni ’20 e la sua decisione di includere gli scacchi nel programma di studio militare fu fondamentale per lo sviluppo del gioco. Nei vent’anni successivi, infatti, l’Unione Sovietica creò un sistema che l’avrebbe portata a dominare negli scacchi in concomitanza con lo studio di importanti strategie politiche. Era come una grande piramide: milioni di giocatori attivi alla base e Grandi Maestri al vertice. C’era un sostegno statale per tutti i livelli e questo fece sì che ci fossero circoli in tutta la nazione, da Mosca ai piccoli villaggi siberiani, nelle divisioni dell’esercito e nelle fabbriche. Oltre a questo, esisteva anche un sistema basato sulle “Case dei Pionieri”, che aiutava a sviluppare i giovani talenti. Finalmente, negli anni ’20 e ’30, si diffusero le pubblicazioni scacchistiche, prima in russo e poi nelle altre lingue nazionali e presero piede anche libri e riviste, come il giornale “64”, popolare ancora oggi, che trattavano esclusivamente la materia.

Nei primi anni l’enfasi era sul movimento scacchistico di massa, ma ovviamente l’attenzione era anche rivolta ai giocatori che avrebbero potuto competere ai più alti livelli. Ci sono voluti una decina di anni per vedere i primi risultati, ma l’investimento verrà ben ripagato. Se il primo torneo internazionale di Mosca nel 1925 era stato dominato dai maestri stranieri, il secondo torneo internazionale di Mosca, tenutosi dieci anni più tardi, vide la vittoria della nuova speranza degli scacchi sovietici: il ventenne Mikhail Botvinnik. Botvinnik divenne l’indiscusso leader degli scacchi sovietici, e nei 10-15 anni successivi avrebbe consolidato la sua posizione coma contendente al titolo mondiale. I suoi piani per un nuovo match con Alexander Alekhine fallirono quando il campione del mondo morì nel 1946, ma Botvinnik coronò comunque il suo sogno vincendo il torneo mondiale del 1948.

Botvinnik avrebbe poi perso il titolo due volte– con Vasily Smyslov nel 1957 e con Mikhail Tal nel 1960 – ma in entrambi i casi se lo riprese nei match di ritorno. Alla fine, il regno di Botvinnik durera’ per 15 anni, con due anni di pausa nel mezzo, tanto che la vittoria di Botvinnik inaugurò la così detta “era Dorata” degli scacchi sovietici. Per i 60 anni successivi, infatti, la corona mondiale sarebbe appartenuta a giocatori sovietici o russi, con una pausa di soli tre anni.

L’ottavo campione del mondo fu tale solo per un anno, eppure rimane ancora oggi una delle personalità scacchistiche più amate. La crescita di Mikhail Tal fu straordinaria. diventò Grande Maestro vincendo il campionato sovietico a soli 20 anni, e lo rivinse anche l’anno successivo. Questa vittoria lo qualifico all’ Interzonale del 1958, che vinse, e da qui al torneo dei Candidati del ’59, che vinse. Nel 1960 sconfisse Botvinnik nel campionato mondiale e divento così il più giovane campione del mondo nella storia. Ancora più importante però, fu il fatto che vinse con uno stile di gioco nuovo per l’epoca, che sembrava fuori da ogni logica. Le sue incredibili capacità combinative erano difficili da controllare per gli avversari. Nel match di ritorno Botvinnik riusì a fermare la corsa di Tal, ma non impedì ai milioni di fan degli scacchi in tutto il mondo di celebrare Mikhail Tal e la magia che ha apportato al gioco.  

La guerra fredda poi, come ben si sa, ha attraversato ogni aspetto socio-culturale del paese, ed è inevitabilmente passata anche tramite gli scacchi. Gli scacchi in Russia erano una sorta di sport nazionale, dove la pazienza e la concentrazione sembravano ben adattarsi ai ritmi più lenti, quasi pigri, della vita russa. Non si giocava a scacchi solo in club esclusivi, ma anche per strada, sotto le betulle spettinate dei cortili, sulle panchine dei bul’vary di Mosca e Pietroburgo, sotto le verande delle dacie, nelle piscine termali (scacchiere che galleggiano fumiganti), nel rito della sauna. Accanto ai pezzi non mancava mai il timer, schiacciato rigorosamente ad ogni mossa, E accanto ai giocatori una piccola folla che mormorava, competente. Le scacchiere troneggiano nelle case, in quelle case piccole e stracolme di oggetti, arricchivano bancarelle e negozi di antiquariato con le loro fogge sontuose e colorate, ed gli scacchi entrano anche in letteratura.

Nabokov, uno dei grandi della letteratura mondiale, ha descritto la vita a scacchi quando ancora pubblicava in lingua russa. Questo autore, famoso soprattutto per Lolita, ha dalla sua anche capolavori in russo, dove la cesura della Rivoluzione si anima nella vita dei primi emigranti (Nabokov era nato a Pietroburgo da una famiglia molto ricca e fuggì dalla Russia subito dopo la Rivoluzione).

Per molti anni sembrò che nessuno potesse interrompere il dominio sovietico negli scacchi, e solo nel 1963 Botvinnik fu sconfitto da Tigran Petrosian. Sei anni dopo Petrosian perse la corona, e divenne campione del mondo Boris Spassky. Fino ad allora gli scacchi erano considerati una delle attività in cui i sovietici eccellevano (insieme al ballo, hockey su ghiaccio e voli spaziali). Inevitabilmente, gli scacchi furono anche un mezzo di propaganda politica. Il successo dei giocatori di scacchi sovietici era dovuto, secondo la propaganda “all’ eccellente sistema comunista rispetto al capitalismo che era in putrefazione”.

Agli inizi del XX secolo gli scacchi passarono dall’essere un interessante gioco da tavolo ad essere un vero e proprio sport professionistico, che divenne in breve tempo terreno di scontri politici e strategie. Iniziarono infatti ad essere considerati alla stregua di altri efficaci strumenti nella guerra propagandistica, nella quale a volte le più drammatiche opposizioni si risolvevano non solo per mezzo di confronti fisici, ma anche e soprattutto con l’aiuto delle risorse cognitive. Anche se, c’è da specificare che la vera e propria politicizzazione e ideologizzazione degli scacchi ebbe inizio con l’entrata nel movimento degli scacchi sovietico di Nikolaj Vasil’evič Krylenko, una delle più importanti personalità della leadership politica dell’URSS. Durante il trionfale Congresso di scacchi dell’Unione Sovietica del 1924, Krylenko dichiarò di considerare “l’arte degli scacchi un’arma politica”.

A ogni modo, il braccio di ferro nel mondo degli scacchi durante la Guerra fredda e soprattutto lungo l’ultimo periodo, aveva un carattere estremamente pungente e di primaria importanza. A partire dagli anni ’50 del XX secolo, l’URSS iniziò a imporsi come la principale e unica superpotenza mondiale negli scacchi. Nel 1967, il campione sovietico nella categoria juniores Andrej Lukin venne privato della possibilità di partecipare al Campionato mondiale giovanile a Gerusalemme dopo che, al termine della Guerra dei sei giorni, l’URSS aveva interrotto ogni rapporto diplomatico con Israele.

Nel 1976 vi fu un secondo boicottaggio in un torneo ufficiale della Federazione Internazionale, quando a Haifa si sarebbero dovute svolgere le Olimpiadi internazionali degli scacchi. I rappresentanti degli Stati arabi decisero di svolgere in Libia una propria competizione organizzata da Mu’ammar Gheddafi, che non prevedeva la partecipazione dell’URSS.

Data questa pressione, uno può ben immaginare lo shock quando nel 1972 Spassky perse il match mondiale con Robert James Fischer – un americano per giunta – che infierì un duro colpo al sistema sovietico. Si pensi che il famoso poeta e cantante sovietico, Vladimir Vysotsky, reagì a questa calamità scrivendo la sua famosa canzone, “L’ onore della corona scacchistica”, interpretata come parodia del match.

Ancora oggi, la partita tra Fischer e Spasskij è considerata il miglior incontro di scacchi della storia.

Fortunatamente per i sovietici tre anni dopo, il ventiquattrenne Anatoly Karpov vinse i match dei Candidati, sconfiggendo Lev Polugaevsky, Boris Spassky e Viktor Korchnoi, qualificandosi per il match mondiale con Fischer. Purtroppo, questo match non fu mai giocato. Fischer si rifiutò e smise praticamente di giocare a scacchi. Nel 1975 Karpov fu dichiarato campione mondiale e dimostrò la sua superiorità sugli altri giocatori vincendo una serie incredibile di tornei nella fine degli anni ’70.

Un test difficile lo attendeva però nel match mondiale del 1978 in qui avrebbe dovuto sfidare Viktor Korchnoi. Korchnoi aveva forti motivazioni ed una grande sete di rivincita: pochi anni prima infatti, disertò dall’ Unione Sovietica lasciando la sua famiglia e sacrificando tutto per diventare campione del mondo.

Nel match a Baguio (nelle Filippine), che fu giocato al meglio delle 6 vittorie, lasciò tutti col fiato sospeso, ma alla fine Karpovriusci’ vinse una drammatica 32esima partita e mantenne il titolo con un punteggio di +6 -5 =21. Un secondo match con Korchnoi invece, svoltosi nel 1982, fu vinto più facilmente da Karpov; +6-2=10.

Nel 1984 Karpov si trovò di fronte uno sfidante più giovane di lui: Garry Kasparov, che a soli 21 anni era già una promettente stella degli scacchi. Era infatti solo l’inizio di una incredibile rivalità che non rivedremo probabilmente mai più. Nel corso dei successivi anni Karpov e Kasparov giocarono cinque campionati mondiali, tutti decisi per pochi punti. Ma la sfida Karpov-Kasparov andava oltre gli scacchi: in qualche maniera Karpov e Kasparov impersonificavano differenti correnti politiche del tempo. Karpov rappresentava il Sistema (oppure si potrebbe dire i conservatori), mentre Kasparov rappresentava il Cambiamento (oppure i liberali). Per questo motivo tutti nell’ Unione Sovietica – anche quelli che non sapevano distinguere una torre da un cavallo – tifavano per Karpov o Kasparov. Era una faccenda personale per tutti quanti.

Kasparov alla fine prevalse. Non perse un singolo match nella serie, nonostante fosse in svantaggio -3 +5 =40 nel primo quando fu abbandonato da Karpov con ancora una vittoria per chiudere i conti. Kasparov vinse 3 match sul filo del rasoio e pareggiò il più drammatico di tutti, Siviglia 1987, vincendo l’ultima partita “on demand”.

Karpov ha avuto un ultimo sussulto a Linares 1994, dominando questo super-torneo con 11/13 arrivando primo con 2.5 punti in più di Kasparov e Shirov. Nel complesso, comunque, gli anni ’90 furono gli anni di Kasparov, che vinse la maggior parte dei tornei a cui e raggiunse un record di rating di 2851 (oggi superato) nel luglio del ’99.

Quando l’Unione Sovietica crollò nel 1991, fu un incredibile shock per i suoi 300 milioni di abitanti e rispetto agli scacchi, la caduta ebbe conseguenze inaspettate. Chi avrebbe potuto prevedere all’inizio delle Olimpiadi scacchistiche del 1992 che l’Uzbekistan avrebbe vinto una medaglia d’argento, o che l’Armenia sarebbe arrivata terza? Erano solo i primi segni dei cambiamenti che stavano per arrivare. Con la caduta della cortina di ferro, infatti, i giocatori dell’ex Unione Sovietica fuggirono all’estero. Erano forti, affamati (letteralmente in alcuni casi), e per un’altra decade continuarono a dominare il mondo scacchistico. Oltretutto, la Russia continuò a produrre nuovi talenti: alle olimpiadi del 1992 il team russo schierava un giovane che aveva appena compiuto 17 anni; Vladimir Kramnik, che ebbe un punteggio di 8 punti e mezzo su 9 risultò fin da subito una grande promessa. Due anni dopo, alle Olimpiadi di Mosca del 1994, Kramnik giocava già in seconda scacchiera, dietro solo a Kasparov.

Dal 2004 però la Russia non è più riuscita a vincere un oro, nonostante fosse sempre favorita sulla carta; a ogni modo gli scacchi russi vanno indubbiamente avanti ed ogni 20 luglio ne celebrano la giornata nazionale.

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