Scatoline russe in lacca: le miniature palekh

Le miniature palekh (in russo Палехская миниатюра, [Palekhskaya miniatyura]), sono oggetti tipici dell’artigianato russo, piccoli dipinti in miniatura eseguiti rigorosamente a mano. Hanno una tradizione antichissima e multi secolare che risale alla vecchia pittura russa delle icone.

Palekh, una cittadina nell’oblast di Ivanovo a 350 km da Mosca, ha una secolare tradizione per quanto concerne il settore dell’iconografia russa. Nel XIX secolo infatti, si affermò come centro di produzione più importante di immagini sacre, e ancora oggi i suoi lavori artigianali godono di grande fama. Il villaggio però, è conosciuto soprattutto come la culla delle miniature in lacca, uno dei tipi di artigianato più simbolici della Russia.

Questo tipo di arte infatti, apparve per la prima volta nel 1923 proprio a Palekh. Le prime opere di questa particolare arte furono le tabacchiere, eseguite su imitazione delle famose lacche cinesi, un prodotto che ebbe successo quando alla Corte Imperiale russa arrivò la moda di utilizzare scopi personali il tabacco da fiuto (particolarmente affezionate ne erano l’imperatrice Elisabetta Petrovna e Caterina Ii la Grande).

Oggi ci sono quattro grandi centri artigianali che producono questi oggetti d’arte, molto attivi e legati alle antiche tradizioni della pittura russa in miniatura su lacca: Fedoskino, Palekh, Holuy, Mstera. Prima della rivoluzione d’ottobre del 1917, tutte le città tranne Fedoskino, erano conosciute in Russia, come i più importanti centri della pittura iconica.

Il centro più antico e noto però, era proprio il villaggio di Palekh, i cui pittori hanno dipinto per secoli le icone, gli affreschi e i restauri delle più importanti chiese e cattedrali ortodosse tra cui la Cattedrale della Trinità Sergio Laura, il Convento di Novodevichy, e la famosa Camera sfaccettata del Cremlino di Mosca.

Chiaramente lo stile di questi grandi artisti si sviluppò sotto l’influenza delle famose scuole di pittura di Mosca, Novgord e Yaroslavl, a partire dalla fine del XVIII secolo e i primi anni del XIX secolo.

La tecnica di produzione degli oggetti Palekh fu quindi presa in prestito dai maestri di Fedoskino, famosi per le miniature Fedoskino, e prevedeva la pittura a mano eseguita su oggetti di cartapesta come piccole scatole o pacchetti di sigarette. Solitamente le miniature palekh raffiguravano personaggi di vita reale, opere letterarie o fiabe, ma spaziavano anche alle scene di caccia, immagini floreali, battaglie e paesaggi invernali.

Le vernici utilizzate anche oggi, come allora, sono molto luminose e posate su sfondo nero rendono il design delicato e liscio. L’abbondanza poi di ombreggiature color oro e le silhouette accurate rendono a pieno la magia poetica dei personaggi, così come la decoratività dei paesaggi o l’architettura dei luoghi.

Oggigiorno si utilizzano prevalentemente colori a tempera, mentre nella tradizione non veniva disdegnata la pittura ad olio. Il colore luminoso e vivido si ottenevano infatti, unendo con maestria i colori madreperlacei e le dorature venivano eseguite con la foglia d’oro. Il materiale di base è ancora oggi la cartapesta, pressata nella forma dopo esser stata spalmata con la colla, bagnata con olio vegetale e asciugata. Tale materiale, ottenuto con il sistema descritto, non poteva essere rotto ne deformato così da rimanere inalterato per secoli e secoli.

Ottenuto il semilavorato, prima della pittura, era necessario effettuare alcuni lavori tra cui: stuccatura, laccatura, limatura e dopo aver dipinto era necessaria la smaltatura con un prodotto oleoso. Per dipingere le superfici, ogni artista creava i suoi colori decidendo la tecnica di pittura da usare, se si decideva di utilizzare la tempera veniva utilizzata un’emulsione di rosso d’uova e aceto che veniva diluita fino a raggiungere la densità desiderata.

L’esecuzione di queste miniature poteva durare anche molti mesi, andando così a creare lavori importati su tabaccherie, spille, quadri, piatti da collezione, scatoline e tanti altri oggetti. I pezzi più preziosi sono sempre firmati e contrassegnati con il luogo di provenienza.

In tutto il modo, queste piccole scatole laccate sono richieste dai collezionisti e la loro presenza è garantita in tutti i musei più importanti della Russia. Gli amanti dell’arte infatti conosco bene questo stile, la cui arte è da sempre definita un “piccolo miracolo“.

Nel periodo sovietico le miniature di lacca palekh furono utilizzate anche per la propaganda: sulle scatole laccate venivano infatti raffigurati i soldati dell’Armata Rossa nella lotta per il Comunismo, gli scioperi operai e scene che omaggiavano la Rivoluzione, e non di rado erano presenti sui francobolli sovietici.

La particolarità della pittura Palekh sta nelle figure presenti nei dipinti: hanno proporzioni allungate e pose soavi, rese frazione dalle ombreggiature con filigrana.

Ancora oggi tutti i lavori prodotti sul territorio di Palekh sono identificabili tramite il marchio Artisti di Palekh rappresentati dal famoso uccelli di fuoco, scelto perché rappresenta il personaggio di una fiaba russa. È anche presente, sul territorio, una scuola e molti laboratori che impartiscono lezioni circa questa antica tradizione artistica ancora oggi tanto apprezzata e vantata.

Il lavoro di questi oggetti è una manifestazione artistica unica nel suo genere, tant’è che i maestri contemporanei studiano ancora l’arte artica Palekh, cercando di capirne i più profondi significati per poter imparare il mistero della bellezza del colore e dell’espressività delle linee.

Quest’arte, pittoresca e luminosa, raggiunge senz’altro il cuore della gente.

La cultura e la tradizione russa attraverso la storia dell’arte Gzel

Gzel (In russo Гжель [gzhel]), è una località a 60 km da Mosca, divenuta famosa nell’Ottocento come centro importante per la produzione di porcellana e di oggetti in ceramica. Caratteristica fondamentale della porcellana di Gzel, infatti, è la combinazione di colori bianco e blu, dove il blu è il colore che ricopre lo sfondo di smalto bianco. Piattini, tazze, teiere, vasi e molta altro è fatto con porcellana Gzel ed è un ottimo souvenir oltre che parte integrante della cultura russa.

la parola “Gzhel” deriva probabilmente dal verbo russo che significa “bruciare”, o “bruciare argilla”. Grazie infatti ai depositi unici di argille locali che emergevano in superficie, la produzione di ceramiche a Gzel è stata impegnata fin dai primi insediamenti di persone. Il villaggio di Gzel è stato a lungo famoso per le sue argille: l’estrazione estensiva di vari tipi di argilla è stata effettuata sin dalla metà del XVII secolo. Nel 1663 infatti, lo zar Aleksej Michajlovič emanò un decreto per rendere Gzel “fornitore esclusivo” di questi oggetti che dovevano rispettare i migliori requisiti di qualità; proprio questo è stato l’inizio della produzione ceramica in Russia.

Dal 1802 a Gzel e in una trentina di posti nei dintorni iniziò ad essere prodotta questo tipo particolare di ceramica. Tutto il territorio infatti, era ricco di argilla di altissima qualità che costituì la base della produzione della ceramica Gzel. Per quanto la produzione della ceramica si fosse sviluppata in età antica, le prime testimonianze scritte sull’attività artigianale di Gzel risalgono al XIV secolo. I maestri locali producevano stoviglie, mattoni, giocattoli e tanti altri oggetti di uso quotidiano, ma aspiravano a produrre una ceramica più sottile, così durante i secoli tesero a perfezionare la composizione dei materiali usati e le tecniche di produzione.

L’unicità di quest’area sta anche nel fatto che non c’è mai stata la servitù della gleba, poiché Gzel apparteneva alla corte imperiale, ed anche per questo l’artigianato divenne l’occupazione principale della popolazione locale, consentendo di concentrarsi completamente sull’affinamento delle capacità e sul miglioramento delle tecnologie di produzione.

Nel 1830, i ceramisti Gzel svilupparono un materiale, la terracotta bianca, di una qualità tale da rivaleggiare con prodotti inglesi dell’epoca. Seguì così lo sviluppo della tecnica fino all’utilizzo della porcellana, che veniva sparata a una temperatura simile al gres, ma a differenza del gres diveniva di un bianco traslucido e come tale divenne altamente desiderabile.

La produzione di porcellana era, al tempo, un segreto gelosamente custodito dalla Cina che esportava unicamente prodotti finiti. Quando la Russia iniziò a produrre propria porcellana, iniziò a sopperire agli alti costi delle importazioni cinesi e sebbene ci siano stati diversi periodi di interruzione nella produzione di ceramiche Gzel, ancora oggi queste sono riconosciute e apprezzate in tutto il mondo.

All’inizio del XIX secolo i maestri di Gzel riuscirono finalmente a creare una ceramica molto raffinata: i nuovi manufatti erano dipinti con un solo colore, l’azzurro, posto su uno sfondo di smalto bianco.

Ma fu la prima metà del XIX secolo, il periodo di maggior splendore artistico per le ceramiche Gzel nelle sue più vaste varianti. Gzel divenne una miniera di porcellane: molti maestri e creatori famosi iniziarono come semplici lavoratori a Gzel. Dalla seconda metà del XIX secolo poi, molte fabbriche caddero in rovina, in parte a causa dell’elevato volume di merci importate dall’estero, e in parte della modernizzazione della produzione, non sempre al passo per i produttori di Gzel.

All’inizio del XX secolo, la produzione di ceramica era concentrata nelle mani della dinastia Kuznetsov, che proveniva proprio da Gzel. Dopo la rivoluzione, le fabbriche Kuznetsov furono nazionalizzate e Gzel iniziò il restauro del suo mestiere a metà del XX secolo. Nel 1945-1949 iniziò la terza fase di sviluppo dello stile Gzel. È stato stabilito l’uso di vernici a cobalto sull’argilla bianca. Il Maestro A.B. Saltykov creò uno speciale Atlante di stili per unificare la produzione. L’artista N. I. Bessarabova, che sviluppò un nuovo stile blu e bianco di prodotti Gzel, fu invitato all’impresa. Negli anni ’30 e ’40 poi, quasi la metà di tutte le imprese di porcellana risiedevano a Gzel. Così, se il XX secolo ha rappresentato un periodo di profonda crisi, oggi la ceramica Gzel sta conoscendo una nuova stagione d’oro, con i suoi prodotti che trovano un posto privilegiato nei mercati russi e internazionali. Attualmente sotto il marchio Gzel sono raggruppate sei fabbriche situate in altrettanti villaggi, dove lavorano più di 1500 artigiani altamente qualificati.

La ceramica è stata anche prodotta utilizzando una glassa bianca a base di stagno e smalti colorati in blu, verde, giallo e marrone, piuttosto che solo blu su sfondo bianco, in uno stile che viene indicato oggi come Maiolica.

Ogni dipinto ha il suo motivo, la sua composizione decorativa, oltre a seguire le tradizioni e gli sforzi degli artisti per trovare la propria calligrafia in una nuova arte. Questa nuova arte è, ovviamente, diversa da quella vecchia, ma allo stesso tempo è diventata la sua continuazione. Dagli anni ’50, artisti professionisti hanno lavorato costantemente sull’artigianato.

La nuova era del “colore” della ceramica Gzel prese piede nella regione agli inizi degli anni 2000. Per questo nuovo tipo di produzione però, erano necessarie vernici speciali, cambiamenti nella tecnologia di produzione, e nuove modalità di cottura ad alta temperatura a 1350 ° C. I maestri sperimentarono molto arrivando alla produzione di massa di porcellana Gzel. La talentuosa artista Juliana Koshikhina, ad esempio, ha partecipato attivamente alla rinascita dello stile Gzel e ha ottenuto una tecnica eccellente. Le sue opere deliziano e affascinano con la luminosità dei colori, la semplicità delle trame e la straordinaria tecnica utilizzata.

Anche Maria Morozova, diplomatasi alla scuola d’arte di Gzel nel 1933, fa parte di questo fantastico mondo dell’arte. Dipinge soggetti naturalistici e una caratteristica della sua pittura sono le morbide transizioni di sfumature di cobalto, combinate con ornamenti floreali. Le sue opere sono oggi nelle collezioni di personaggi illustri di tutto il mondo.

Stoviglie, vasi, candelieri, scatole, caminetti, lampadari, teiere: questa è una piccola parte dei prodotti forniti dalla fabbrica Gzel. Il dipinto blu e bianco si inserisce con successo nel codice culturale della mentalità russa: una combinazione di cielo blu, chiese bianche e cupole dorate (nella moderna pittura Gzel, la doratura è spesso usata). Ma l’elemento principale che forma lo stile è la pennellata caratteristica con le ombre, che può creare molte sfumature sottili di colore blu. Oggi, gli artisti e maestri della “Associazione Gzel” sono i veri figli delle tradizioni Gzel. Molti di loro sono rappresentanti delle dinastie Gzel. Hanno mantenuto e, allo stesso tempo, portato molte cose nuove all’immagine artistica del mestiere. I loro prodotti rappresentano un esempio di vera abilità e amore per l’arte.

I maestri della ceramica Gzel seguono tuttora le antiche tecniche e realizzano il loro capolavori esclusivamente a mano. Innanzitutto tutto, seguendo lo schizzo degli artisti, i maestri modellisti preparano lo stampo in gesso dentro il quale deve essere versato la sostanza liquida di ceramica. Il gesso assorbe tutta l’umidità e la sostanza liquida gradualmente si indurisce acquisendo le sembianze dell’oggetto desiderato. Dopo la cottura, il manufatto passa al pittore. Lo stile di pittura Gzel è inconfondibile: motivi floreali e geometrici azzurri dipinti su uno sfondo bianco. Viene usato l’ossido di cobalto che, grazie a un particolare procedimento tecnologico, assume il caratteristico colore azzurro Gzel.

Anche i prodotti con la verniciatura completa al cobalto sono apprezzati in tutto il mondo; sembra che questa sia una “immagine speculare” del solito Gzel bianco e blu. Il cobalto copre l’intera superficie del prodotto, quindi viene applicato lo smalto. Dopo la cottura, il disegno viene applicato con vernice bianca e oro. Tali prodotti affascinano e affascinano con la loro incredibile bellezza e grazia.

Nella ceramica Gzel vengono prodotti: vasi, tazze, piatti, statuette, elementi d’interni come camini, lampadari, orologi e tantissimi altri oggetti per uso quotidiano o solo a scopo decorativo. Questi articoli possono essere trovati agevolmente non solo nei villaggi di produzione, ma in ogni rivendita di articoli artigianali russi, ed oggi il centro di produzione della ceramica Gzel è Skopin, che si trova a 260 km da Mosca. La prima menzione scritta di questa città risale al XVI secolo, ma è molto probabile che fosse già stata fondata un secolo prima per assolvere alla funzione di fortezza.

L’argilla chiara che abbondava nel territorio di Skopin spinse ben presto i suoi abitanti ad utilizzarla per realizzare stoviglie in ceramica, ma la produzione della ceramica decorativa prese avvio solo nella seconda metà dell’800. Gli oggetti più usuali erano, e sono tuttora, brocche e bottiglie, ma anche statuette raffiguranti animali o esseri umani, però, qualunque sia il soggetto riprodotto la particolarità della ceramica di Skopin rimane immutata, cioè ogni manufatto è ricoperto da uno smalto color verde-marrone.

La produzione artigianale di Skopin ha sempre avuto una larga diffusione sul territorio nazionale, ma oggi gode anche di una particolare rinomanza mondiale al punto che ogni anno la citta’ ospita un festival internazionale alla quale partecipano maestri artigiani provenienti da vari paesi del mondo. Elemento di particolare attrazione è il fatto che nel territorio di Skopin sono presenti molti tipi di argilla, unici per colore e composizione, che richiedono un particolare metodo di lavorazione. Per questo motivo molti artigiani desiderano andare a Skopin per lavorare l’argilla locale e imparare nuove tecniche, poiche’ il metodo locale di lavorazione non viene tenuto segreto a coloro che giungono a Skopin per arricchire le proprie conoscenze.

Il festival della ceramica, che si tiene generalmente a fine settembre, si divide in due fasi:

– durante i primi giorni vengono esposti i manufatti realizzati dagli artisti partecipanti al festival,

– poi, negli ultimi tre giorni, i maestri artigiani si dilettano a lavorare l’argilla sui loro torni davanti a un pubblico di appassionati.

Gzel rappresenta una tendenza artistica e culturale immortale, che cerca anche di rendere il mondo un posto migliore: per ridurre, ad esempio, il consumo di plastica, Gzel ha iniziato a produrre tazze da caffè in porcellana poco costose, e così le persone iniziando ad essere più consapevoli del loro consumo e volendo produrre meno rifiuti domestici, stanno comprando questi prodotti molto più che nel passato.

khokhloma: una delle più antiche tradizioni russe

Il Chokhloma (in russo: Хохлома= [khakhlamà]), noto anche come pittura Khokhloma, è uno stile di pittura e ornamento su legno tipico della tradizione popolare russa. È noto per i motivi curvi e vividi che rappresentano per lo più fiori, foglie e bacche e non di rado anche Firebird (in russo: жар-пти́ца, [zhar-ptitsa]), la tipica figura russa delle fiabe. Il nome deriva dalla cittadina russa presso la quale ebbe origine la realizzazione di queste opere da parte di abili artigiani secondo una tradizione secolare di lavorazione del legno, soprattutto di tiglio.

Sul territorio di Nijnij Novgorod infatti, è ancora attivo un antico mestiere di artigianato popolare russo, nato nel XVII secolo, nella cittadina di Khokhloma, quello dell’oggettistica di arredamento da pranzo come: sedie, tavoli, piatti, cucchiai, vassoi, tutto in legno, soprattutto di tiglio.

Gli artigiani di Khokhloma hanno dato vita ad un’arte che all’inizio fu di pura necessità: nel XVI secolo, infatti, un gruppo scismatico di “antichi credenti” della Chiesa ortodossa, dovette rifugiarsi nei boschi per non subire arresti. La cittadina di Khokhloma, nella zona di Nijnij Novgorod (a 400 km ad est da Mosca), ricca di boschi, diede rifugio a queste persone che furono ben accolti dagli abitanti del luogo, che già da tempo erano eccellenti tornitori e intagliatori del legno e producevano stoviglie in legno di tiglio e di tremolo. Tra i nuovi arrivati c’erano anche degli iconografi che conoscevano la tecnica di dorare gli oggetti senza usare l’oro, che misero a disposizione di quegli artigiani la loro conoscenza e tecnica per impreziosire i manufatti e dall’incontro di queste due eccellenze nacquero, ufficialmente nel XVII secolo, le stoviglie di Khokhloma.

L’oro è sempre stato molto costoso, di conseguenza i maestri iconografi avevano sviluppato una tecnica per sostituirlo con un materiale meno prezioso, usando olio di lino cotto, con il quale coprivano le parti dorate delle icone, infatti la pellicola gialla rendeva dorata la superficie sottostante, sia essa in legno o metallo facendola somigliare all’oro.

La produzione di piatti dipinti a Khokhloma è stata menzionata per la prima volta nel 1659 nella lettera di un boiardo chiamato Morozov al suo ufficiale giudiziario, contenente un ordine per: «Cento piatti dipinti […] senza dimenticare venti grandi ciotole dipinte, venti medie e venti un po’più piccole».

Gli articoli scolpiti in legno erano solitamente innescati con malta di argilla, olio di lino grezzo e polvere di stagno (mentre oggi si utilizza l’alluminio). Successivamente, venivano rivestiti con olio di lino (oggi invece si utilizza olio sintetico) e induriti in un forno ad alte temperature. Ci sono due principali tecniche di pittura del legno utilizzate nel Khokhloma, la cosiddetta “tecnica superficiale” (in cui si utilizza colori quali rosso e nero su quella rossastra) e la “tecnica di sfondo” (che ha un design color oro su sfondo colorato).

Inizialmente questo stile di pittura prese piede anche in Oriente, e fu prodotto per i grandi mercati indiani e persiani. Successivamente, grazie ad una mostra a Parigi della fine del XIX secolo, lo stile Khokhloma divenne noto anche in Europa. Sembrò poi svanire  all’inizio del XX secolo, ma riprese piede durante il periodo sovietico, quando gli artigiani si unirono in circoli per mettere insieme le loro capacità. Negli anni ’60 del Novecento infatti, i sovietici costruirono una fabbrica, vicino al villaggio di Khokhloma, chiamata proprio “Pittore Khokhloma” e un’associazione industriale chiamata “Pittura Khokhloma” situata in una città di Semënov. Queste due fabbriche divennero in poco tempo i principali centri Khokhloma della Russia per la produzione di stoviglie, utensili (per lo più cucchiai), mobili, souvenir ecc.

Questa antica tecnica è rimasta immutata nei secoli. Ancora oggi ai manufatti in legno viene applicato un sottile strato di polvere metallica, generalmente alluminio che è leggero ed economico, e che rende la superficie da dipingere liscia e brillante. La pittura viene eseguita con colori ad olio senza una delineazione preliminare del disegno, così nessun oggetto è uguale all’altro, ottenendo infinite variazioni dei motivi preferiti dalle maestranze, che rimangono sempre fiori, frutti e foglie. I colori sono il rosso, il nero con lo sfondo dorato. Dopo aver eseguito il disegno si ricopre il manufatto con la lacca, lasciandola asciugare nel forno alla temperatura di 130 gradi e la lacca, una volta indurita, diventa scura, assumendo sfumature che vanno dal giallo al marroncino che rendono dorato lo strato metallico sottostante.

La cittadina di Khokhloma oggi vede la presenza di diverse imprese che fabbricano mobili per la cucina o oggetti di arredamento, però ogni pezzo rimane sempre unico e irripetibile, non solo perché viene dipinto a mano, ma anche perché continua ad essere intagliato a mano, quindi è impossibile trovare due esemplari uguali. Sono presenti anche altre fabbriche in Russia, che hanno il permesso di lavorare lo stesso prodotto, ma se volete comprare un oggetto originale made in Khokhloma dovete controllare scrupolosamente il timbro della fabbrica.

«I motivi della pittura Khokhloma sono sia semplici che poetici, geometrici o floreali […]. Alcune opere risultano essere più sobrie, altre più estrose e appariscenti, ma tutte riflettono l’amore che il popolo russo prova nei confronti della natura e della bellezza. […] ciò che però è veramente degno di nota è che l’oro non è veramente oro, ma il frutto dell’ingegno degli artigiani russi», con queste parole un poeta russo contemporaneo descrive alla perfezione ciò che la pittura Khokhloma era e è, qualcosa di affascinante e unico che cattura anche i turisti, i quali non potranno certamente lasciare la Russia senza averne comprato un oggetto.

«Questo posto è come il ricordo di un sogno»: la storia della granduchessa Anastasia tra realtà e fantasia

Anastasia, il film d’animazione del 1997, prodotto e diretto da Don Bluth e Gary Goldman ai Fox Animation Studios, è stato fatto redatto in onore della dinastia Romanov dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Tratto da una storia vera narra le emozionanti vicende di Anastasia figlia dello zar Nicola II e della dinastia Romanov che ha regnato in Russia per 300 anni.

Nel 1916, proprio in occasione del trecentesimo anniversario dell’ascesa al potere dei Romanov (che nei fatti reali però ricorreva nel 1913), lo zar Nicola II organizzò un ballo per festeggiare l’evento presso il Palazzo di Caterina a San Pietroburgo. «Ci fu un tempo, non molti anni or sono, in cui vivevamo in un mondo incantato fatto di eleganti palazzi e di feste grandiose. L’anno era il 1916 e mio figlio Nicola era lo zar di tutte le russie. Stavamo festeggiando il trecentesimo anniversario dell’ascesa al trono della nostra famiglia, e quella sera nessuna stella era più brillante della nostra dolce Anastasia, la mia più giovane nipote».

I festeggiamenti vennero però bruscamente interrotti dall’irruzione improvvisa del malvagio Rasputin, monaco corrotto che aveva venduto l’anima al diavolo in cambio di poteri straordinari contenuti in un reliquiario. Rasputin, invidioso del potere della dinastia Romanov e indignato per non essere stato accettato alla festa, scagliò sulla famiglia reale una maledizione, annunciandone la rovina e la morte dei membri entro 15 giorni. Questo evento segnò l’inizio della rivoluzione russa per la quale la nobile famiglia fu costretta alla fuga per non essere travolta dall’ira del popolo furibondo.
Nella fuga però, Anastasia rimase indietro: voleva infatti recuperare a tutti i costi il prezioso carillon che le aveva regalato la sua adorata nonna, l’imperatrice Maria Fedorovna, in partenza per Parigi, con incisa la loro ninna nanna preferita e dotato di una chiave a ciondolo per aprirlo contenente la scritta “insieme a Parigi”.
Nel caos, Anastasia e Maria, vennero salvate da un garzone, tramite un passaggio segreto. Purtroppo appena uscite dal palazzo, mentre cercarono di attraversare velocemente il fiume ghiacciato Neva, si trovarono davanti il diabolico Rasputin che tentò di uccidere Anastasia, ma venne miracolosamente inghiottito dal fiume, dopo il cedimento del ghiaccio sottostante.
Le due nobili riuscirono così a raggiungere il treno diretto in Francia, l’imperatrice Maria salì faticosamente ma non riuscì a tenere stretta la mano della nipote che cadde rovinosamente al suolo sbattendo la testa e perdendo la memoria, mentre il convoglio si allontanava velocemente.

Dieci anni dopo questo evento, nel 1926, la Russia era sotto il regime comunista. L’imperatrice Maria, in esilio a Parigi, offrì una cospicua ricompensa a chi le avesse riportato la nipote perduta. Intanto vicino a San Pietroburgo, un’orfana di nome Anya, simile ad Anastasia, usciva dall’orfanotrofio che l’aveva ospitata per un decennio e, avendo il ciondolo con la scritta “Insieme a Parigi”, pur non ricordando niente della sua infanzia, decise di recarvisi. Mentre si stava dirigendo a San Pietroburgo, incontrò e adottò un cagnolino che chiamò Pooka; una volta arrivata in città, cercando un modo per andare a Parigi, in quanto priva di visto d’uscita, la ragazza raggiunse il vecchio e abbandonato palazzo dei Romanov, dove lentamente iniziò a ricordare alcuni dettagli della sua vita passata. Inaspettatamente però, la ragazza incontrò Dimitri e Vladimir, due bigliettai truffatori tornati da Parigi alla ricerca di una sosia della granduchessa Anastasia, i quali, guardando un quadro, notano subito la somiglianza con Anya. I tre così si misero in viaggio e dopo non molto, Dimitri e Anya iniziarono a provare qualcosa l’uno per l’altra, anche se lo nascosero coi litigi. Rasputin però non era morto: la sua maledizione non si era infatti mai completata, rimanendo così intrappolato nel limbo, da cui però riuscì a liberarsi grazie al suo svitato servo Bartok, un pipistrello albino, che gli riportò il suo magico reliquiario, che illuminatosi dopo anni di inattività, stava a significare che Anastasia non era morta. Rasputin quindi, evocherà le forze dell’inferno per tentare di uccidere Anya.

Da qui il racconto prende strade imprevedibili: un portentoso miscuglio di intrighi, avventure mozzafiato e amore conducono, dopo momenti di accesa tensione, ad un commovente epilogo, reso ancor più emozionante dalla strepitosa musica che accompagna tutte le scene del film.

Ovviamente l’opera è in gran parte frutto di fantasia, e inevitabilmente si discosta dalla realtà storica tralasciando importanti avvenimenti.

La granduchessa Anastasia Nikolaevna in russo Анастасия Николаевна Романова, la figlia più giovane dello zar Nicola II di Russia e di sua moglie, la zarina Alessandra, fu catturata, insieme ai suoi genitori e ai suoi giovani fratelli e giustiziata durante la rivoluzione bolscevica. È famosa per il mistero che ha circondato la sua morte per decenni, poiché numerose donne hanno affermato di essere Anastasia. Non ci sono testimonianze chiare, né prove scritte, che ci permettano di sostenere che qualcuno in particolare abbia creato la leggenda di Anastasia. Ciò che si sa, è che nel corso della storia russa ci sono stati diversi impostori che si sono dichiarati “miracolosamente salvi” e per questo legittimi eredi al trono. Basti pensare ai tre falsi Dmitrij, tutti convinti di essere il figlio di Ivan il Terribile, ed Emelyan Pugachev, il rivoluzionario cosacco degli anni Settanta del XVII secolo che ha cercato di spacciarsi per Pietro III, scampato all’omicidio.

Nel film inoltre, dietro lo sterminio dei Romanov c’è il monaco Rasputin in russo риго́рий Ефи́мович Распу́тин, che nella realtà era già morto al momento dell’eccidio. All’inizio del film Rasputin salta dal ponte, cercando di non far scappare Anastasia, e annega: un chiaro riferimento alla sua morte reale avvenuta nel 1916 causata dal principe Feliks Jusupov, dal granduca Dimitri Pavlovič e dal deputato Vladimir Puriškevič, dei monarchici che cercarono in ogni modo di ucciderlo, disfacendosi poi del cadavere gettato nel fiume Malaja Nevka, in un vano tentativo di salvare la monarchia. Il fatto che Rasputin diventi un non-morto che non muore nonostante venga fatto a pezzi è un riferimento alle sue leggendarie capacità di sopravvivenza. Grigori Rasputin infatti, era un mistico russo che affermava di avere poteri curativi e la zarina Alexandra lo chiamava spesso a pregare per Alexei durante i suoi periodi più debilitanti. Sebbene non avesse alcun ruolo formale all’interno della Chiesa ortodossa russa, Rasputin ebbe comunque una buona influenza sulla zarina, che in diverse occasioni attribuì alle sue miracolose capacità di guarigione per fede di aver salvato la vita di suo figlio. Su incoraggiamento della madre, i bambini Romanov consideravano Rasputin un amico e un confidente. Spesso gli scrivevano lettere e lui rispondeva a tono. Tuttavia, intorno al 1912, una delle governanti della famiglia si preoccupò quando trovò Rasputin che visitava le ragazze nella loro scuola materna mentre indossavano solo le loro camicie da notte. La governante alla fine venne licenziata ed è andata da altri membri della famiglia per raccontare la sua storia.

Nel 1917 poi, ebbe inizio la Rivoluzione russa, con folle che protestavano contro il razionamento del cibo in atto dall’inizio della Grande guerra. Durante gli otto giorni di scontri e rivolte, i membri dell’esercito russo disertarono e si unirono alle forze rivoluzionarie; ci furono innumerevoli morti da entrambe le parti. Ci furono richieste per la fine del dominio imperiale e la famiglia reale fu posta agli arresti domiciliari. Il 2 marzo, Nicola II abdicò al trono per conto suo e di Alessio, nominando suo fratello, il Granduca Michele, come successore. Questi però, rendendosi conto che non avrebbe avuto alcun sostegno nel governo, rifiutò l’offerta, lasciando per la prima volta la Russia senza monarchia, e fu istituito un governo provvisorio.

Quando i rivoluzionari si avvicinarono al palazzo reale, il governo provvisorio rimosse i Romanov e li mandò a Tobolsk, in Siberia. Nell’agosto 1917 i Romanov arrivarono a Tobolsk in treno e, insieme ai loro servi, si sistemarono nella casa dell’ex governatore. A detta di tutti, la famiglia non fu maltrattata durante il tempo trascorso a Tobolsk. I bambini continuarono le lezioni con il padre e un’insegnante, Alexandra, nonostante i problemi di salute, ha fatto il ricamo e ha suonato musica. Quando i bolscevichi presero il controllo della Russia, la famiglia fu di nuovo trasferita in una casa a Ekaterinburg. Nonostante il loro status di prigionieri, Anastasia e i suoi fratelli cercarono di vivere il più normalmente possibile. Tuttavia, la reclusione iniziò a farsi sentire. Alexandra era malata da mesi e Alexei non stava bene. La stessa Anastasia si arrabbiava frequentemente per essere intrappolata in casa, tanto che cercando di aprire una finestra al piano di sopra per prendere una boccata d’aria fresca, una sentinella le fece fuoco, mancandola di poco.

Nell’ottobre 1917, la Russia precipitò in una guerra civile su vasta scala. I rapitori bolscevichi dei Romanov, noti come i rossi, avevano negoziato per il loro scambio con la parte anti-bolscevica, i bianchi, ma i colloqui si erano bloccati. Quando i bianchi raggiunsero Ekaterinburg, la famiglia reale era scomparsa e si diceva che fossero già stati assassinati. Yakov Mikhailovich Yurovsky in russo Я́ков Миха́йлович Юро́вский, un rivoluzionario bolscevico, scrisse in seguito un resoconto della morte dell’intera famiglia Romanov. Disse che il 17 luglio 1918, la notte degli omicidi, furono svegliati e costretti a vestirsi in fretta; Ad Alexandra e Nicola fu detto che sarebbero stati trasferiti in un rifugio al mattino, nel caso in cui l’esercito bianco fosse tornato a prenderli. Sia i genitori che i cinque figli sono stati portati in una piccola stanza nel seminterrato della casa di Ekaterinburg. Yurovsky e le sue guardie entrarono, informarono lo Zar che la famiglia sarebbe stata giustiziata e iniziarono a sparare. Nicola e Alexandra morirono prima in una pioggia di proiettili, e il resto della famiglia e dei servi furono uccisi subito dopo. Secondo Yurovsky, Anastasia era rannicchiata contro il muro di fondo con Maria, ferita e urlante, ed è stata uccisa con la baionetta.

Negli anni successivi al tragico epilogo della famiglia Romanov, iniziarono ad emergere teorie e misteri. A partire dal 1920, numerose donne si fecero avanti e affermarono di essere la Granduchessa Anastasia. Una di loro, Eugenia Smith, ha scritto le sue “memorie” come Anastasia, includendovi una lunga descrizione di come era sfuggita ai suoi rapitori. Un altro, Nadezhda Vasilyeva, emerse in Siberia e fu imprigionato dalle autorità bolsceviche; morì in un manicomio nel 1971.

Anna Anderson, pseudonimo di Franziska Schanzkowski, però, rimane forse la più conosciuta degli impostori: anche lei affermò di essere Anastasia, che era stata ferita ma sopravvissuta grazie all’aiuto di una guardia solidale alla famiglia reale. Dal 1938 al 1970, Anderson si batté per il riconoscimento come unico figlio sopravvissuto di Nicola. Tuttavia, i tribunali tedeschi contestarono continuamente le insinuazioni di Anderson, avvalorando la tesi con la mancanza di prove concrete. Morì nel 1984, e dieci anni dopo, un campione di DNA concluse che non era imparentata con la famiglia Romanov.  

Altri impostori affermarono di essere Olga, Tatiana, Maria e Alexei e moltissimi si fecero avanti nel corso degli anni.

Il caso dei Romanov, dunque, pare davvero non poter trovare pace. Ma nonostante i dubbi e il mistero che in parte ancora oggi avvolge soprattutto la storia della granduchessa Anastasia, l’unico davvero sopravvissuto e ritrovato, fu Joey, il cagnolino di razza spaniel appartenuto ad Alexei.

Per approfondire l’argomento un libro interessante è sicuramente quello di Ariel Lawhon, Il mio nome era Anastasia, edito da Piemme nel 2019; romanzo ricco e sorprendente in cui si racconta la storia incredibile di Anastasia Romanova e di Anna Anderson, la donna che sostenne sempre di essere la granduchessa russa.

 

La Russia e lo spazio: il ricordo di Yuri Gagarin 60 anni dopo

 Il 12 aprile 1961, Jurij Alekseevič Gagarin, fu il primo uomo ad andare nello spazio aprendo di fatto l’era delle esplorazioni umane in orbita. Un primato conquistato nel pieno della corsa allo spazio che vedeva Stati Uniti e Urss contrapposte nel pieno contesto della Guerra Fredda. Una battaglia persa però, al fotofinish da Mosca, quando il 20 luglio 1969 gli americani compirono il primo allunaggio, arrivando sul satellite della Terra con la missione Apollo 11.

 Gagarin, di umili origini, si appassionò al volo e allo spazio fin da piccolo. A Saratov, città natale, ha studiato per divenire metalmeccanico e guadagnava lavorano come marinaio lungo il fiume Volga. Ottenne ottimi risultati a scuola nelle materie scientifiche e la frequentazione di corsi di volo al locale aeroclub lo portò a ottenere il brevetto per pilotare il monomotore Yakovlev Yak-18. Fu questa passione che lo spinse a entrare nell’aviazione russa, dove fu scelto come collaudatore, fino al 1959, quando entrò nella rosa dei candidati per il primo volo nello spazio. 

Una vita trascorsa in volo dove incontrò anche la morte. Aveva solo 34 anni quando il 27 marzo del 1968, morì a bordo di un caccia di addestramento. Un anno dopo, gli americani Neil Armstrong e Buzz Aldrin piantavano la bandiera americana nel suolo lunare. Rimarrà comunque, assieme alla sua impresa, “Primo per sempre”, come scritto dal giornale russo Rossiskaya Gazeta.

Я вижу землю. синий“= [ya vijo zemlyu. sini], “Vedo la terra. È blu”.

Con queste parole, in tuta arancione, Gagarin sancì l’alba di una nuova era. La partenza dal centro kazako di Baikonur – dove ancora oggi, con gli stessi rituali di allora, partono le missioni con equipaggio dirette alla Stazione spaziale internazionale – fu alle ore 9:07, fuso orario di Mosca e in quel momento pronunciò la celebre espressione: “поехали!” ( [pojechali] – “andiamo!”), al momento del decollo della navicella Vostok-1 guidata da remoto con un computer. La missione infatti, era stata programmata in modo che tutto si svolgesse automaticamente e così, più che un pilota, Gagàrin era un passeggero che doveva riferire alla base come il suo corpo reagisse al viaggio spaziale, all’accelerazione alla partenza e all’assenza di peso. In due ore Gagarin sorvolò la Terra con la navicella Vostok-1: una missione rimasta segreta fino all’annuncio del successo date le elevate incognite. Viene salutato da Sergei Korolev, il genio dietro tutti i successi spaziali dell’Unione Sovietica -così importante per il regime che il suo nome non poteva essere divulgato- è sinceramente preoccupato, sapeva che le probabilità di successo non erano altissime. Il razzo lo portò oltre l’atmosfera; Gagarin percorse un’intera orbita ellittica attorno alla Terra alla velocità di poco più di 27 mila chilometri orari. La capsula in cui ha viaggiato disponeva di un orologio, tre indicatori per gli impianti di bordo e un piccolo mappamondo che indicava la posizione della navicella intorno alla terra, oltre agli oblò da cui ammirare e descrivere per la prima volta in assoluto il nostro pianeta. Il primo volo umano nello spazio termina infine con l’atterraggio in un campo vicino alla città di Takhtarova.

Dopo quella fantastica avventura, il Cristoforo Colombo dello spazio, ricevette glorie e onori: dal conferimento dell’Ordine di Lenin, la massima onorificenza sovietica, al battesimo dell’asteroide 1772 Gagarin, chiamato così in suo onore. 

Oggi molte cose sono cambiate: l’esplorazione spaziale è considerata impossibile senza una forte e ampia collaborazione internazionale e questo è ampiamente dimostrato, ad esempio, dalla Stazione Spaziale Internazionale. Sicuramente però, tutto è partito da lì.

Prima di Gagarin, nel 1975, l’Urss aveva mandato un satellite artificiale in orbita intorno alla Terra: Sputnik; per prima aveva anche inviato un manufatto sulla Luna (1959) e animali nello spazio (1954). Dopo la missione di Gagarin, arrivò anche quella della prima donna nel 1963: Valentina Tereshkova, mentre l’astronauta Aleksei Leonov, nel 1965, fu il primo a compiere la prima attività extraveicolare della storia, lasciando la capsula per rimanere sospeso liberamente nello spazio. Sempre i russi furono i primi a circumnavigare la Luna, fotografandone la faccia oscura e toccandone il suolo con un robot.  

С Днем космонавтики“= ([S Dnom kosmonavtiki], “Buon Giorno della cosmonautica”) è l’augurio che i russi sono soliti fare nella giornata odierna.

 

   

Il bello di saper scrivere in cirillico: stampatello e corsivo

Nel mondo occidentale, in cui quasi ogni forma di comunicazione scritta si avvale ormai dei dispositivi digitali, si sta perdendo sempre più l’uso della scrittura a mano. In Russia invece, la grafia manuale è pratica molto diffusa e apprezzata, e dunque è importante familiarizzare con essa. Esiste lo stampatello, maiuscolo e minuscolo, ed il corsivo maiuscolo e minuscolo. 

Per il primo non si incontrano particolari difficoltà, mentre il secondo è molto più impegnativo e soprattutto, viene usato ancora oggi in maniera molto attiva. È infatti un tipo di scrittura più elegante e ornamentale rispetto allo stampatello, per questo vi capiterà di incontrarla come scrittura a mano individuale, nelle testate giornalistiche e nelle riviste, in alcune insegne dei negozi, alberghi e ristoranti o nei menù, negli auguri, nei volantini e nelle locandine pubblicitarie e in tante altre circostanze; soprattutto nessun russo scrive in stampatello, quindi anche per leggere e comprendere cartoline, dediche, note, promemoria e tutto ciò che può essere scritto a mano, si ha bisogno di studiare il corsivo. In Russia la calligrafia, nel suo senso etimologico di “bella scrittura” è ancora oggi una materia insegnata con particolare attenzione nella scuola dell’obbligo. Dunque non si deve fare l’errore, spesso comune, di prendere sottogamba il corsivo. Il курсив [coursive] che solitamente si usa per scrivere a mano a volte è così:

Altre così:

Ma in Russia non sono tutti dottori, davvero! 

 Negli anni ’70 del Novecento, nelle scuole dell’Unione Sovietica si insegnava la bella scrittura (in russo: почерк , [pocherk], letteralmente “scrittura”) e i maestri valutavano la calligrafia (in russo: чистописание, [chistopisaniye], letteralmente “calligrafia”) dei bambini. Le lettere dell’alfabeto russo corsivo dovevano essere belle, uniformi, tutte collegate e con la stessa inclinazione. La didattica moderna invece, è diversa da quella sovietica e la mancanza di attenzione verso la calligrafia ha fatto sì che le lettere collegate e inclinate del russo corsivo si trasformassero in quello che è ben illustrato nelle immagini soprastanti. 

La grafia manoscritta differisce da quella stampata, che viene usata nei manuali per l’insegnamento. Ispirata allo stile di Skoropis, la scrittura corsiva consente di normalizzare certe lettere russe perché siano più gradevoli per il lettore occidentale. Per la maggior parte degli alunni, la scrittura corsiva è più facile di quella stampata. In Russia, i bambini imparano la scrittura a mano prima ancora di quella digitale, dato che i “segni” che compongono le lettere corsive consentono una migliore memorizzazione dell’ortografia e della grafia delle parole.

Tra il corsivo minuscolo e maiuscolo ci sono alcune anomalie degne di nota: la “Г” minuscola, che per qualche motivo si “gira” rispetto a quella maiuscola e a quelle in stampatello; la “Д” minuscola, che si trasforma in quella che in italiano è una “g” corsiva; la “Т” sia maiuscola che minuscola, che diventa la nostra “m”. Per il resto tra corsivo e stampatello ci sono molte somiglianze, e soprattutto, una volta  imparato a scrivere in cirillico corsivo, non se ne potrà più farne a meno perché risulterà essere la scrittura più veloce.

Il russo è l’ottava lingua più parlata al mondo, e una delle lingue ufficiali dell’ONU. Inoltre è anche conosciuta come lingua dello spazio: a parte la NASA, Roscosmos è la più grande agenzia spaziale del mondo. Gli astronauti hanno bisogno di un passaggio in sella alla nave da crociera Soyuz per raggiungere la ISS, dove metà dei componenti e dei sistemi a bordo sono descritti in russo.

La padronanza della scrittura corsiva è consigliata a chi è intenzionato a scoprire la storia della Russia poiché la maggior parte dei testi storici vengono redatti in scrittura corsiva, più rapida e leggibile di quella tipografica; la scrittura in stampatello invece, è utilizzata nel codice di programmazione.

per approfondire l’argomento e fare pratica di scrittura si veda il seguente manuale: Viktoria Melnikova- Suchet, E. Treu, Quaderni di scrittura. Russo, le basi, Assimil, Trofarello, 2021. Segnalo anche questo video dimostrativo per la scrittura russa corsiva maiuscola e minuscola: Cirillico corsivo (alfabeto russo in corsivo) – YouTube.

Se vuoi conoscere a fondo la verità, incomincia dall’alfabeto

Storia dell’alfabeto russo

Если хочешь познать истину, начни с азбуки!

Se vuoi conoscere a fondo la verità, incomincia dall’alfabeto!

In epoca precedente alla seconda metà del X secolo, la scrittura iniziò a svilupparsi nella Rus’ di Kiev (il primo Stato slavo- orientale). La conversione al cristianesimo bizantino però, imposta dal principe Vladimir nel 988, accelerò la diffusione della scrittura cirillica tra gli Slavi orientali. Molti scavi archeologici, infatti, hanno dimostrato che a partire dall’XI secolo nei più importanti centri abitati della Rus’ persone di tutte le età e di tutti i ceti sociali erano in grado di scrivere. 

Già nella seconda metà del IX secolo Cirillo e Metodio, due fratelli monaci bizantini di Tessalonica, si resero fautori di un importante rivoluzione culturale: nell’ 863 Rastislav, principe della Grande Moravia, per sottrarsi al sempre più incombente influsso franco-tedesco, si rivolse all’imperatore di Bisanzio, Michele III, per avere dei missionari in grado di evangelizzare gli Slavi direttamente nella loro lingua, elevando così anche lo slavo a lingua di culto. Per la predicazione i due fratelli codificarono una lingua sovranazionale detta paleoslavo o antico slavo ecclesiastico, basata sul loro dialetto bulgaro-macedone e integrata con grecismi sintattico-lessicali. Cirillo mise inoltre a punto un alfabeto, il glagolittico, con cui il sistema fonetico slavo veniva riprodotto in modo estremamente preciso. Così, in paleoslavo avvalendosi dell’alfabeto glagolittico e coadiuvati da dotti collaboratori, Cirillo e Metodio, tradussero i testi fondamentali per la cristianità slava. 

Diffusosi dapprima in Moravia, il glagolittico si estese poi in Bulgaria, il primo Stato slavo-meridionale convertitosi al cristianesimo nell’864. Gli Slavi pagani sin dal VI secolo utilizzavano un codice di 130 caratteri (rune bulgare) e avevano già provato a scrivere la loro lingua in caratteri latini e greci, ma invano per le difficoltà di rappresentare certi suoni.  Il paleoslavo delle origini fu così sostituito, nella Chiesa cattolica, dallo slavo ecclesiastico – detto slavone – di redazione bulgaro-macedone, serba e russa. 

Attorno al X secolo un allievo di Cirillo e Metodio, Clemente d’Ochrida, su commissione del principe bulgaro Boris I, mise a punto un alfabeto più semplice del glagolittico e basato principalmente su quello greco: il cirillico propriamente detto. 

Nei secoli X-XI coesistevano dunque due diversi alfabeti: il glagolittico, destinato all’estinzione data la sua complessità, e il cirillico, diffusosi anzitutto in Bulgaria, poi nella Rus’ di Kiev, quindi in Serbia e Macedonia. 

Su questa base comune si formeranno così gli alfabeti cirillici moderni nella variante russa, ucraina, bielorussa, serba, bulgara e macedone. 

L’alfabeto cirillico russo nel corso del tempo subì due importanti riforme: nel 1708-1710 con Piero il Grande venne introdotta la “Scrittura cittadina”, che eliminò parecchie lettere (Ѯ, Ѱ, Ѡ) e diacritici (a parte in й); in più bandì l’uso dei numerali cirillici, introducendo la numerazione araba. Per la prima volta così, la lingua russa veniva scritta con lettere diverse dall’antico slavo orientale. La seconda e più importante avvenne tra il 1917 ed il 1918 con la Rivoluzione d’Ottobre. Venne preparata da una commissione guidata dal filologo e linguista Aleksej Šachmatov, e venne applicata ufficialmente nell’anno successivo dai bolscevichi ormai al potere in Russia. Semplificò l’ortografia unificando la declinazione di vari aggettivi e pronomi, sostituì alcune lettere con nuovi grafemi ed eliminò così l’ultima reminiscenza grafica del sistema “a sillaba aperta” dell’antico slavo. 

Per approfondire l’argomento vi suggerisco i seguenti testi:  

L’alfabeto cirillico moderno consta di 33 grafemi maiuscole e minuscole: 20 consonanti, 10 vocali, e 2 segni muti.  Le 33 lettere rappresentano 42 fonemi diversi: 6 vocalici, 35 consonantici e 1 semiconsonantico. Il fatto che il cirillico abbia ben 12 lettere in più rispetto alle 21 dell’alfabeto italiano o alle 7 di quello latino è dovuto semplicemente al fatto che c’è una maggiore corrispondenza tra il segno scritto e il suono. Non prevede però né accenti né segni diacritici, eccetto i due punti (sempre obbligatori) sulla lettera “ё” [jo] e il segno sulla “й” breve [j] per distinguerla dalla “и” [i].

Per approfondire l’argomento vi suggerisco i seguenti testi: Lacko Michele, Cirillo e Metodio. Apostoli degli slavi, La casa di Matriona, Milano, 1981; Uspenskij Boris A., storia della lingua letteratura russa. Dall’antica Rus’ a Puskin, il Mulino, Bologna, 1993; Fici Giusti Francesca, Gebert Lucyna, Signorini Simonetta, Lingua russa. Storia, struttura, tipologia, La nuova Italia scientifica, 1991.

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