«Questo posto è come il ricordo di un sogno»: la storia della granduchessa Anastasia tra realtà e fantasia

Anastasia, il film d’animazione del 1997, prodotto e diretto da Don Bluth e Gary Goldman ai Fox Animation Studios, è stato fatto redatto in onore della dinastia Romanov dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Tratto da una storia vera narra le emozionanti vicende di Anastasia figlia dello zar Nicola II e della dinastia Romanov che ha regnato in Russia per 300 anni.

Nel 1916, proprio in occasione del trecentesimo anniversario dell’ascesa al potere dei Romanov (che nei fatti reali però ricorreva nel 1913), lo zar Nicola II organizzò un ballo per festeggiare l’evento presso il Palazzo di Caterina a San Pietroburgo. «Ci fu un tempo, non molti anni or sono, in cui vivevamo in un mondo incantato fatto di eleganti palazzi e di feste grandiose. L’anno era il 1916 e mio figlio Nicola era lo zar di tutte le russie. Stavamo festeggiando il trecentesimo anniversario dell’ascesa al trono della nostra famiglia, e quella sera nessuna stella era più brillante della nostra dolce Anastasia, la mia più giovane nipote».

I festeggiamenti vennero però bruscamente interrotti dall’irruzione improvvisa del malvagio Rasputin, monaco corrotto che aveva venduto l’anima al diavolo in cambio di poteri straordinari contenuti in un reliquiario. Rasputin, invidioso del potere della dinastia Romanov e indignato per non essere stato accettato alla festa, scagliò sulla famiglia reale una maledizione, annunciandone la rovina e la morte dei membri entro 15 giorni. Questo evento segnò l’inizio della rivoluzione russa per la quale la nobile famiglia fu costretta alla fuga per non essere travolta dall’ira del popolo furibondo.
Nella fuga però, Anastasia rimase indietro: voleva infatti recuperare a tutti i costi il prezioso carillon che le aveva regalato la sua adorata nonna, l’imperatrice Maria Fedorovna, in partenza per Parigi, con incisa la loro ninna nanna preferita e dotato di una chiave a ciondolo per aprirlo contenente la scritta “insieme a Parigi”.
Nel caos, Anastasia e Maria, vennero salvate da un garzone, tramite un passaggio segreto. Purtroppo appena uscite dal palazzo, mentre cercarono di attraversare velocemente il fiume ghiacciato Neva, si trovarono davanti il diabolico Rasputin che tentò di uccidere Anastasia, ma venne miracolosamente inghiottito dal fiume, dopo il cedimento del ghiaccio sottostante.
Le due nobili riuscirono così a raggiungere il treno diretto in Francia, l’imperatrice Maria salì faticosamente ma non riuscì a tenere stretta la mano della nipote che cadde rovinosamente al suolo sbattendo la testa e perdendo la memoria, mentre il convoglio si allontanava velocemente.

Dieci anni dopo questo evento, nel 1926, la Russia era sotto il regime comunista. L’imperatrice Maria, in esilio a Parigi, offrì una cospicua ricompensa a chi le avesse riportato la nipote perduta. Intanto vicino a San Pietroburgo, un’orfana di nome Anya, simile ad Anastasia, usciva dall’orfanotrofio che l’aveva ospitata per un decennio e, avendo il ciondolo con la scritta “Insieme a Parigi”, pur non ricordando niente della sua infanzia, decise di recarvisi. Mentre si stava dirigendo a San Pietroburgo, incontrò e adottò un cagnolino che chiamò Pooka; una volta arrivata in città, cercando un modo per andare a Parigi, in quanto priva di visto d’uscita, la ragazza raggiunse il vecchio e abbandonato palazzo dei Romanov, dove lentamente iniziò a ricordare alcuni dettagli della sua vita passata. Inaspettatamente però, la ragazza incontrò Dimitri e Vladimir, due bigliettai truffatori tornati da Parigi alla ricerca di una sosia della granduchessa Anastasia, i quali, guardando un quadro, notano subito la somiglianza con Anya. I tre così si misero in viaggio e dopo non molto, Dimitri e Anya iniziarono a provare qualcosa l’uno per l’altra, anche se lo nascosero coi litigi. Rasputin però non era morto: la sua maledizione non si era infatti mai completata, rimanendo così intrappolato nel limbo, da cui però riuscì a liberarsi grazie al suo svitato servo Bartok, un pipistrello albino, che gli riportò il suo magico reliquiario, che illuminatosi dopo anni di inattività, stava a significare che Anastasia non era morta. Rasputin quindi, evocherà le forze dell’inferno per tentare di uccidere Anya.

Da qui il racconto prende strade imprevedibili: un portentoso miscuglio di intrighi, avventure mozzafiato e amore conducono, dopo momenti di accesa tensione, ad un commovente epilogo, reso ancor più emozionante dalla strepitosa musica che accompagna tutte le scene del film.

Ovviamente l’opera è in gran parte frutto di fantasia, e inevitabilmente si discosta dalla realtà storica tralasciando importanti avvenimenti.

La granduchessa Anastasia Nikolaevna in russo Анастасия Николаевна Романова, la figlia più giovane dello zar Nicola II di Russia e di sua moglie, la zarina Alessandra, fu catturata, insieme ai suoi genitori e ai suoi giovani fratelli e giustiziata durante la rivoluzione bolscevica. È famosa per il mistero che ha circondato la sua morte per decenni, poiché numerose donne hanno affermato di essere Anastasia. Non ci sono testimonianze chiare, né prove scritte, che ci permettano di sostenere che qualcuno in particolare abbia creato la leggenda di Anastasia. Ciò che si sa, è che nel corso della storia russa ci sono stati diversi impostori che si sono dichiarati “miracolosamente salvi” e per questo legittimi eredi al trono. Basti pensare ai tre falsi Dmitrij, tutti convinti di essere il figlio di Ivan il Terribile, ed Emelyan Pugachev, il rivoluzionario cosacco degli anni Settanta del XVII secolo che ha cercato di spacciarsi per Pietro III, scampato all’omicidio.

Nel film inoltre, dietro lo sterminio dei Romanov c’è il monaco Rasputin in russo риго́рий Ефи́мович Распу́тин, che nella realtà era già morto al momento dell’eccidio. All’inizio del film Rasputin salta dal ponte, cercando di non far scappare Anastasia, e annega: un chiaro riferimento alla sua morte reale avvenuta nel 1916 causata dal principe Feliks Jusupov, dal granduca Dimitri Pavlovič e dal deputato Vladimir Puriškevič, dei monarchici che cercarono in ogni modo di ucciderlo, disfacendosi poi del cadavere gettato nel fiume Malaja Nevka, in un vano tentativo di salvare la monarchia. Il fatto che Rasputin diventi un non-morto che non muore nonostante venga fatto a pezzi è un riferimento alle sue leggendarie capacità di sopravvivenza. Grigori Rasputin infatti, era un mistico russo che affermava di avere poteri curativi e la zarina Alexandra lo chiamava spesso a pregare per Alexei durante i suoi periodi più debilitanti. Sebbene non avesse alcun ruolo formale all’interno della Chiesa ortodossa russa, Rasputin ebbe comunque una buona influenza sulla zarina, che in diverse occasioni attribuì alle sue miracolose capacità di guarigione per fede di aver salvato la vita di suo figlio. Su incoraggiamento della madre, i bambini Romanov consideravano Rasputin un amico e un confidente. Spesso gli scrivevano lettere e lui rispondeva a tono. Tuttavia, intorno al 1912, una delle governanti della famiglia si preoccupò quando trovò Rasputin che visitava le ragazze nella loro scuola materna mentre indossavano solo le loro camicie da notte. La governante alla fine venne licenziata ed è andata da altri membri della famiglia per raccontare la sua storia.

Nel 1917 poi, ebbe inizio la Rivoluzione russa, con folle che protestavano contro il razionamento del cibo in atto dall’inizio della Grande guerra. Durante gli otto giorni di scontri e rivolte, i membri dell’esercito russo disertarono e si unirono alle forze rivoluzionarie; ci furono innumerevoli morti da entrambe le parti. Ci furono richieste per la fine del dominio imperiale e la famiglia reale fu posta agli arresti domiciliari. Il 2 marzo, Nicola II abdicò al trono per conto suo e di Alessio, nominando suo fratello, il Granduca Michele, come successore. Questi però, rendendosi conto che non avrebbe avuto alcun sostegno nel governo, rifiutò l’offerta, lasciando per la prima volta la Russia senza monarchia, e fu istituito un governo provvisorio.

Quando i rivoluzionari si avvicinarono al palazzo reale, il governo provvisorio rimosse i Romanov e li mandò a Tobolsk, in Siberia. Nell’agosto 1917 i Romanov arrivarono a Tobolsk in treno e, insieme ai loro servi, si sistemarono nella casa dell’ex governatore. A detta di tutti, la famiglia non fu maltrattata durante il tempo trascorso a Tobolsk. I bambini continuarono le lezioni con il padre e un’insegnante, Alexandra, nonostante i problemi di salute, ha fatto il ricamo e ha suonato musica. Quando i bolscevichi presero il controllo della Russia, la famiglia fu di nuovo trasferita in una casa a Ekaterinburg. Nonostante il loro status di prigionieri, Anastasia e i suoi fratelli cercarono di vivere il più normalmente possibile. Tuttavia, la reclusione iniziò a farsi sentire. Alexandra era malata da mesi e Alexei non stava bene. La stessa Anastasia si arrabbiava frequentemente per essere intrappolata in casa, tanto che cercando di aprire una finestra al piano di sopra per prendere una boccata d’aria fresca, una sentinella le fece fuoco, mancandola di poco.

Nell’ottobre 1917, la Russia precipitò in una guerra civile su vasta scala. I rapitori bolscevichi dei Romanov, noti come i rossi, avevano negoziato per il loro scambio con la parte anti-bolscevica, i bianchi, ma i colloqui si erano bloccati. Quando i bianchi raggiunsero Ekaterinburg, la famiglia reale era scomparsa e si diceva che fossero già stati assassinati. Yakov Mikhailovich Yurovsky in russo Я́ков Миха́йлович Юро́вский, un rivoluzionario bolscevico, scrisse in seguito un resoconto della morte dell’intera famiglia Romanov. Disse che il 17 luglio 1918, la notte degli omicidi, furono svegliati e costretti a vestirsi in fretta; Ad Alexandra e Nicola fu detto che sarebbero stati trasferiti in un rifugio al mattino, nel caso in cui l’esercito bianco fosse tornato a prenderli. Sia i genitori che i cinque figli sono stati portati in una piccola stanza nel seminterrato della casa di Ekaterinburg. Yurovsky e le sue guardie entrarono, informarono lo Zar che la famiglia sarebbe stata giustiziata e iniziarono a sparare. Nicola e Alexandra morirono prima in una pioggia di proiettili, e il resto della famiglia e dei servi furono uccisi subito dopo. Secondo Yurovsky, Anastasia era rannicchiata contro il muro di fondo con Maria, ferita e urlante, ed è stata uccisa con la baionetta.

Negli anni successivi al tragico epilogo della famiglia Romanov, iniziarono ad emergere teorie e misteri. A partire dal 1920, numerose donne si fecero avanti e affermarono di essere la Granduchessa Anastasia. Una di loro, Eugenia Smith, ha scritto le sue “memorie” come Anastasia, includendovi una lunga descrizione di come era sfuggita ai suoi rapitori. Un altro, Nadezhda Vasilyeva, emerse in Siberia e fu imprigionato dalle autorità bolsceviche; morì in un manicomio nel 1971.

Anna Anderson, pseudonimo di Franziska Schanzkowski, però, rimane forse la più conosciuta degli impostori: anche lei affermò di essere Anastasia, che era stata ferita ma sopravvissuta grazie all’aiuto di una guardia solidale alla famiglia reale. Dal 1938 al 1970, Anderson si batté per il riconoscimento come unico figlio sopravvissuto di Nicola. Tuttavia, i tribunali tedeschi contestarono continuamente le insinuazioni di Anderson, avvalorando la tesi con la mancanza di prove concrete. Morì nel 1984, e dieci anni dopo, un campione di DNA concluse che non era imparentata con la famiglia Romanov.  

Altri impostori affermarono di essere Olga, Tatiana, Maria e Alexei e moltissimi si fecero avanti nel corso degli anni.

Il caso dei Romanov, dunque, pare davvero non poter trovare pace. Ma nonostante i dubbi e il mistero che in parte ancora oggi avvolge soprattutto la storia della granduchessa Anastasia, l’unico davvero sopravvissuto e ritrovato, fu Joey, il cagnolino di razza spaniel appartenuto ad Alexei.

Per approfondire l’argomento un libro interessante è sicuramente quello di Ariel Lawhon, Il mio nome era Anastasia, edito da Piemme nel 2019; romanzo ricco e sorprendente in cui si racconta la storia incredibile di Anastasia Romanova e di Anna Anderson, la donna che sostenne sempre di essere la granduchessa russa.

 

Pubblicato da ColoRussia

"La Russia non si può capire con la mente, né la si misura col metro comune: la Russia è fatta a modo proprio, in essa si può soltanto credere". Tutto ciò che c'è da sapere sulla Russia a portata di click: Lingua e traduzione Storia Cultura, società e curiosità

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