il Samovar e il rituale del tè in Russia: storia, cultura e tradizione

“il samovàr è la cosa russa più indispensabile in tutte le catastrofi e disgrazie, specie in quelle orribili, improvvise e straordinarie”. -F.M. Dostoevskij, L’adolescente –

“Devo bere molto tè o non posso lavorare. Il tè libera il potenziale che assopisce nel profondo della mia anima”. -Lev Tolstoj- che amava così tanto il tè da tenere un samovar sulla sua scrivania.

Se queste sono le premesse circa questo particolare oggetto dalle origi ancora oggi nebulose, capirete bene la sua importanza nella cultura e nella tradizione russa.

Un samovar (in russo: самова́р [samovèr]) è un contenitore di metallo tradizionalmente usato in Russia, nei paesi slavi, in Iran, nel Kashmir e in Turchia per scaldare l’acqua. Poiché l’acqua calda è normalmente usata per la preparazione del tè, molti samovar presentano nella parte alta un ripiano atto a sostenere e scaldare una teiera di tè concentrato. I samovar tradizionali sono alimentati a carbone o a carbonella, mentre quelli moderni utilizzano l’elettricità e funzionano come un normale bollitore d’acqua calda. La parola “samovar” si crede derivi dal russo “samo”, ovvero “sé stesso” e “varit” che letteralmente significa “bollire”. Componendo le due parole, il suo significato è “bollire da sé”, il che descrive a pieno il compito del samovar: quello di far bollire in modo autonomo l’acqua al suo interno. Questo oggetto ha una storia lunghissima e negli anni, anche grazie all’arrivo del tè in Russia, ha assunto forti significati sociali e conviviali, tanto da essere considerato il patrono delle famiglie russe, nonché il principe della cerimonia russa del tè.

L’origine del samovar è piuttosto controversa: alcuni sostengono che provenga dall’Asia centrale, mentre altri che sia stato inventato in Russia visto che in Iran non apparve prima del XVIII secolo e la stessa parola “samovar”, universalmente utilizzata, è di origine russa. Vi sono però varie opinioni sull’origine della parola samovar: c’è chi sostiene che derivi dal turco sanabar che significa “bollitore, calderone”, mentre altri ne attribuiscono la discendenza dal tartaro samuwar che significa “bolle da solo”. Nella stessa Russia il suo nome nei primi tempi variava di città in città: a Kursk lo chiamavano samokipec, a Jaroslavl’ samogar, a Kirov samogrej.

Il precursore del samovar, in Russia, fu lo sbidennik (in russo: сбитенник [sbitennik]), un utensile che serviva per preparare lo sbiten (in russo: сбитень [sbiten]), una bevanda calda a base di miele e spezie, conosciuta sin dall’antichità e ideale, ancor più del tè, per assaporarla durante una conversazione tra amici. Uno sbitennik quindi, somiglia a un bollitore munito di gambe e riscaldato da un tubo (ricorda proprio un samovar).

Intorno alla fine del XVIII secolo, un armaiolo russo, Fedor Lisitsyn, aprì una piccola officina a Tula, una cittadina a sud di Mosca, cuore dell’industria bellica russa. Lisitsyn e i suoi due figli, nel tempo libero, progettarono la costruzione in serie del samovar, che fino ad allora veniva realizzato singolarmente dagli artigiani nella regione degli Urali. L’officina di Lisitsyn fu la prima a produrre industrialmente i samovar che ebbero un grande successo, e portarono Tula, negli anni 1830, ad essere la capitale della fabbricazione dei samovar. Durante il XIX secolo l’uso del samovar fu molto popolare nelle grandi città come San Pietroburgo e Mosca tanto da diventare inseparabilmente legato alla cultura russa. Grandi della letteratura russa come Pushkin, Tolstoj, Gogol, Dostoevskij e Chekhov citarono regolarmente il samovar nelle loro opere.

Nella seconda metà del secolo, la fabbricazione dei samovar si diffuse anche a Mosca, San Pietroburgo e in alcune aree industrializzate della Siberia e degli Urali, tuttavia Tula mantenne il suo ruolo di primo piano in questa produzione. Da allora, quattro sono i modelli divenuti tradizionali: cilindrico, a botte, sferico e, senz’altro il più bello, a cratere che ricorda l’antico vaso greco così chiamato.

L’inizio del XX secolo fu segnato da molteplici tentativi di innovazione per l’alimentazione a petrolio, cherosene o benzina, ma non ebbero molto successo sia per il forte odore dei combustibili che per il maggior rischio d’incendio o d’esplosione. Le ferrovie russe ne riconobbero la praticità e, dopo aver prima sperimentato il samovar sulle carrozze lusso della Transiberiana, lo resero ancor più popolare installandolo su tutte le carrozze dei treni a lunga percorrenza. In seguito furono sostituiti gradatamente con bollitori conosciuti in Unione sovietica come Titani (in russo: титан [titan] che letteralmente significa “titano”).

I Titani sono dotati di controlli come il livello dell’acqua e la temperatura e spesso sono inseriti in contenitori esteticamente curati. Normalmente installati all’estremità del corridoio sono a disposizione dei viaggiatori che desiderassero dell’acqua calda durante il lungo viaggio. I tradizionali samovar sopravvivono solo nelle carrozze lusso sotto l’attenta sorveglianza del personale.

Durante la prima Guerra mondiale e i seguenti moti della rivoluzione e della guerra civile il design e la tecnologia furono semplificati e adattati all’uso militare. Tipici di questo periodo sono i samovar cilindrici saldati e privi di decorazioni.

Gli anni Venti e Trenta furono caratterizzati dalla collettivizzazione e industrializzazione stalinista. Le piccole officine che fabbricavano samovar furono integrate in grandi industrie oppure dismesse. La quantità divenne più importante della qualità. Risale a questo periodo la fondazione a Tula della più grande industria per la produzione di samovar: la Štamp (in russo: Штамп [stamp] letteralmente “francobollo”).

Gli anni ’50 e ‘60 introdussero l’invenzione del samovar elettrico in metallo nichelato. Finiva così il regno fin qui incontrastato del samovar a combustibile solido. Il sottile aroma del fumo lascia il posto ai benefici derivanti dalla facilità d’uso e dalla economicità: si riduce il tempo necessario per la pulizia e per la preparazione del tè, inoltre la nichelatura protegge l’ottone dalla corrosione molto più a lungo. Le famiglie e la ristorazione collettiva adottarono rapidamente la nuova tecnologia, solo le ferrovie rimasero e rimangono fedeli al tradizionale, fumoso samovar a combustibile.

Durante la stagnazione Brezhneviana i samovar non subiscono alcuna modifica, solo in occasione dei giochi olimpici del 1980 ne furono venduti ai visitatori stranieri moltissimi e il samovar ottenne la fama internazionale diventando il simbolo stesso della Russia.

Solo l’ondata capitalistica degli anni Novanta ha riacceso l’innovazione. Personale fuoriuscito dalla Štamp ha fondato nuove società che ora si contendono in concorrenza il mercato proponendo nuove soluzioni.

Un samovar tradizionale può avere un aspetto molto diverso a seconda del tipo: a urna o a cratere, cilindrico, sferico, liscio, dorato o finemente cesellato, ma essenzialmente si tratta di un contenitore metallico munito di rubinetto sulla parte inferiore con all’interno un tubo, sempre metallico, che lo attraversa verticalmente. Il tubo è riempito con del combustibile solido che bruciando scalda l’acqua circostante. In alto un comignolo di 15-20 centimetri ne assicura il tiraggio. La capacità di un samovar varia da un litro a 400 litri. Una volta acceso, la teiera posizionata in alto è scaldata dai gas caldi in uscita. Nella teiera si prepara lo заварка ([zavarka] che significa tè), molto concentrato che viene servito diluito con il кипяток ([kipjatok] ovvero acqua bollente).

Qualunque combustibile che bruci lentamente come la carbonella o le pigne secche è adatto. In passato quando non era utilizzato, era mantenuto caldo su fuoco lento, per essere rapidamente ravvivato, con l’aiuto di un mantice, al momento del bisogno. Il samovar era importante in ogni famiglia russa: oltre ad essere un’economica fonte d’acqua calda sempre disponibile rappresentava il focolare domestico. Ai nostri giorni il samovar è ormai associato a una nostalgica e vecchia Russia.

come riportato da Jurga Po Alessi (nel suo bellissimo blog “Prima Infusione”) gli autori Glenn Randall Mack e Asele Surina riassumono le varie teorie dell’origine di Samovar in tre ipotesi:

anzitutto che sia un adattamento della pentola mongola, hot pot, utilizzata per preparare le zuppe; i russi hanno semplicemente chiuso la ciotola per formare un grande recipiente per contenere acqua bollente e hanno aggiunto un beccuccio sul fondo per erogare l’acqua calda.

Che sia stato portato da Pietro il Grande dall’Olanda. Tra l’altro, la fonderia di Tula fu costruita proprio dagli olandesi nel 1632.

È arrivato con la Chiesa di Bisanzio, che sin dal X secolo ha esercitato un’enorme influenza sulla cultura russa, dalla religione all’arte e all’ambito amministrativo.

Intorno al samovar hanno indubbiamente girato e sono nate tante storie che hanno dato vita ad altrettante piccole curiosità:

Samovar anzitutto è convivialità, ma non solo. Esistono piccoli samovar che possono contenere, in volume d’acqua, poche o anche una sola tazza da tè, che vengono chiamati samovar egoisti o samovar tête-à-tête. Il più piccolo del mondo è stato costruito da Nicolai Aldunin ha una grandezza di 1,2 mm, costituito di 12 parti e il solo materiale usato è l’oro.

Il più grande invece, si trova in Ucraina, attualmente in funzione nella stazione di Charkiv. Pesa più di tre quintali, alto 1,80 m contenente 360 l d’acqua e può servire fino a 2.200 persone.

Non c’è limite al lusso, il samovar è di per sé un oggetto costoso, ma tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, il gioielliere Carl Fabergé costruì il samovar più prezioso al mondo: un gioiello in argento e oro che ha toccato il prezzo di 274.400 sterline e che oggi ha valore inestimabile.

Venivano venduti a peso: Il peso era direttamente proporzionale alla qualità del samovar: più pesante era la caldaia, maggiore era la qualità del prodotto stesso, giacché le pareti spesse indicano una maggior durata del calore dell’acqua e resistono a urti e ammaccature.

Nell’Unione Sovietica di Stalin, gli ex soldati rimasti mutilati venivano chiamati samovar per la macabra somiglianza che evocavano.

Vladimir Lenin dichiarò, riguardo la città di Tula, quanto segue: “Il significato della città di Tula per la nostra repubblica è enorme, ma la gente che ci vive non è dei nostri”. Frase legata al fatto che i produttori di Tula vivevano molto bene costruendo e vendendo i samovar e quando gli fu imposto di costruire armi gratuitamente per i rivoluzionari non dimostrarono l’entusiasmo che Lenin si aspettava.

Esistono anche molti modi di dire, in Russia, che vedono il samovar protagonista. Uno dei più conosciuti, che esprime a pieno l’importanza sociale e relazionale del samovar, lo si utilizza per invitare gli amici a rimanere ancora nella casa ospitante:  “Il samovar”,  infatti, “sta bollendo, ordina di non andare via”.

Pubblicato da ColoRussia

"La Russia non si può capire con la mente, né la si misura col metro comune: la Russia è fatta a modo proprio, in essa si può soltanto credere". Tutto ciò che c'è da sapere sulla Russia a portata di click: Lingua e traduzione Storia Cultura, società e curiosità

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